Confessioni di Una Mente Dubbiosa

La vergogna, questa sconosciuta

Penso che ognuno di noi abbia quelle canzoni intoccabili, che non toglie mai dal lettore mp3 e che non salta mai quando capitano nella riproduzione casuale (avrei potuto dire shuffle, ma anche no).
Le mie intoccabili sono poche, si contano su due mani e avanza forse qualche dito; tra queste Creep, dei Radiohead.
Creep, ai tempi di Tmc2 che mandava sempre i soliti video ad un’ora prestabilita, era una di quelle canzoni per cui mettevo la sveglia nel caso mi dimenticassi, è tuttora una delle poche che non posso fare a meno di cantare nonostante la mia totale mancanza di grazia nel farlo e, tra l’altro, fu grazie a loro che imparai la parola “weirdo“.
Ma passiamo ad altro: io odio Vasco Rossi.
Non nego che alcune sue canzoni siano nell’immaginario collettivo, e con questo intendo che una roba come “Una canzone per te” prima o poi o te la dedicano o la dedichi tu a qualcuno, è un passaggio quasi obbligatorio, ma per il resto lo reputo un povero pensionato che si ostina a farsi le canne a dondolare nei suoi video con lo sguardo ebete nel vuoto, intervallato da momenti in cui fissa il culo a ragazze che potrebbero essere sue nipoti.
Ho reso l’idea?
E non voglio cominciare ad analizzare sociologicamente il fanatico di Vasco Rossi, quello che ascolta solo lui e tutto il resto è merda, quello che considera filosofia di vita i suoi “eeeeeeeeehhhhh…” e le sue trenta parole ripetute e mischiate all’infinito per formare sempre le solite frasi che non vogliono dire niente, quello che ha la sciarpa presa al concerto e che nei momenti di misticismo acuto si mette a mo’ di bandana o fascia e comincia ad avere convulsioni e si farebbe saltare per aria in suo nome.
Vasco, per me, è come un oroscopo: le sue frasi sono banali, scialbe e talmente ovvie che qualsiasi mente labile può prendere come Vangelo e considerarlo il nuovo Socrate (sempre che sappia chi sia).
Ora, come possono queste due cose, Creep e Vasco Rossi fondersi nella morale di questo post? Si fondono nel fatto che il signor Rossi ha fatto una “cover” (mi vien da piangere) della suddetta canzone, uscendo con una cosa che dovrebbe essere legalmente perseguibile e per la quale si dovrebbe passare all’arresto immediato.
Ad ogni costo è l’abominevole “canzone” che è venuta fuori da questa malsana idea del vecchietto in questione, e non riesco nemmeno a trovare le parole adatte per descrivere lo scempio.
Posso però riportare una citazione letta su Tumblr:  “Vasco sta alla musica come un bambino che disegna cazzi sulla neve pisciando sta alla pittura“. Amen.

ps. ho la sensazione che con questo post mi farò acerrimi nemici, ma non posso farci niente, non esiste diplomazia quando vengono violati i diritti del buon senso.

…cheschifocheschifocheschifocheschifocheschifo

E’ inutile che mi sprechi a cercare di salvare il pianeta nei piccoli gesti; è inutile che chiuda l’acqua mentre mi lavo i denti, che riclichi qualsiasi materiale mi capiti sotto mano, che tolga i tappini dalle bottiglie per darli a chi - secondo quello che ho stabilito essere magia - ne ricava altri oggetti, inutile che preferisca comprare prodotti naturali e portare i vuoti per riutilizzarli, inutile che spenga la lucina rossa delle televisioni.
Tutto inutile, se poi uccido una cimice ed uso più della metà di un rotolo di carta igienica per toglierla.

Altri Michele e dintorni?

Settembre 8, 2009 - In: Stavo meglio prima, Vita vissuta - Commenti(11)

Prima Michael Jackson, poi Mike Bongiorno.
Che anno di mmmerda.
Vianello non te ne andare.

Che la maledizione di Lost ti colga!

Agosto 26, 2009 - In: Ma vaffanculo, Stavo meglio prima, Tv - Commenti(8)

Ma io mi domando e dico, porca la puttana, oltre al danno la beffa.
Già che mi girano perché i 148 milioni non li ho vinti io, aggiungeteci che hanno vinto nemmeno a due ore da casa mia e con una schedina da due euro, ma ora devo sorbirmi anche quei DEFICIENTI che scassano le palle perché si fanno chilometri e chilometri per andare in Culolandia dove hanno vinto e fare la stessa schedina alla stessa ora perché “eh beh, spero di vincere”?
E’ gente come voi con il vostro cervello marcio che rovina questo paese.
Ecco.

Col cuore in mano proprio

Carissimi produttori di creme depilatorie,
se non avessi la pelle eccessivamente delicata sarei già passata alla ceretta da mo’, ma siccome è estate, e le gambe sono scoperte 8 volte su 10, ho bisogno delle vostre creme; questo premessa per farvi capire che l’uso è conseguenza di cause di forza maggiore e non perché vi voglio tanto bene.
Quello che vorrei dire è che io apprezzo l’onestà e la sincerità, prima sui prodotti che sulle persone, che non mi devo depilare le gambe con vostra zia, ma con la vostra crema; dunque, dicevamo, onestà: sinceramente - sinceramente - quando mi ritrovo davanti agli scaffali delle creme depilatorie per me una vale l’altra, la fidelizzazione a qualcosa che mi toglie i peli per quanto mi riguarda non esiste, quindi con questo appello cerco di includervi tutti, che più o meno sono passata da ognuno di voi.
Sono una facile in quanto a creme depilatorie.
Il punto della questione è uno solo: smettetela di scrivere sulle confezioni che quello che sto per usare ha una “profumazione delicata”, perché lo so io, lo sapete voi, e lo sa la maggior parte delle donne, le vostre creme puzzano e premettere il contrario è una palese e sfacciata presa per il culo, e non ho intenzione di farmi prendere per il culo da della gente che studia come togliere i peli.
Potrei accettarlo da un fisico nucleare, non da un pelologo.
E’ un dato di fatto ed è stupido sperare che possano avere un odore diverso dal solito, ma almeno dopo una dichiarazione così esplicita, mi aspetto che questo fantomatico odore siano almeno mitigato da, che ne so, lavanda sbriciolata o effluvi di fogna, mi accontenterei di quelli.
Ora, la pelle è morbida, su questo non si discute, ma faccio fatica ad apprezzarlo quando l’odore di topo marcio intinto in una botte di cipolle crude mi rimane sulle mani e sulle gambe finché non faccio un bagno di trielina e gasolio.
Faccio fatica.
Quindi il messaggio qual è? E’ che se un giorno troverò una scatola di crema depilatoria che riporta la scritta “per funzionare funziona, ma puzza come la morte morta” comprerò il necessario per un anno.

Do you…?

Non mi piace poltrire sotto il sole per abbronzarmi. Mi annoio, fa caldo, sudo e non è che mi interessi poi più di tanto, mi abbronzo anche camminando sotto il sole.
L’unico modo per superare indenne questo momento è sdraiarmi con addosso tre giorni di sonno arretrato e dormire, stile anestesia, incosciente ed indolore.
Comodo, peccato che io dorma su un fianco.


Sembro un Ringo.

Meglio fare subito un testamento

Ogni anno ringrazio il cielo di non avere nessun tipo di allergia primaverile, per vari motivi, tra cui l’effetto devestante che un antistamico ha sul mio organismo, dove il banale effetto “sedativo” si trasforma in una pesante narcolessia mista a coma farmacologico.
Quindi queste nuvolette bianche che dagli alberi il vento porta leggiadre, che mi seguono mentre cammino per strada e che mi invadono la casa se disgraziatamente decido di aprire le finestre, su di me non hanno effetto.
Ma cosa faccio per quelle settanta nuvolette che al giorno inavvertitamente inalo o ingoio?
Perché nella mia mente, danneggiata ormai in modo permanente, so che queste nuvolette staranno in silenzio per vent’anni, nascoste in chissà quale antro del mio corpo, poi verso i cinquanta comincerò a perdere sangue dal naso e dalle orecchie mentre sto facendo la spesa e mi porteranno d’urgenza in un ospedale dove nessuno capirà il motivo e io starò sempre peggio e mille sintomi che messi insieme non hanno un filo logico.
E tutti sappiamo che House non esiste e che quindi morirò tra l’incertezza e lo sgomento.

Buoni motivi per risparmiare

Ma apriamo adesso un nuovo esaltante capitolo: i commessi del Foot Locker.
Per lavorare in un posto del genere devi avere dei requisiti fondamentali: prima di tutto l’essere un gggiovane che si comporta da gggiovane; secondo, devi essere di natura spigliato e socievole; terzo, questa tua natura devi tramutarla fino a diventare una grandissima rottura di palle.
Devi fare in modo che il cliente dapprima ti veda come un cordiale, informale e gggiovane commesso, poi far sì che desideri la tua morte imminente possibilmente lenta e dolorosa in modo da poter puntare il dito contro di te e ridere contemporaneamente, gioiendo dell’accaduto.
Ma immaginiamo questo concetto come un grafico: in cima abbiamo questa prerogativa del macinapalle, una costante dal quale si diramano due possibili iter dipendenti da fattori più grandi te, e cioè il tuo genere, uomo o donna.
Essere donna - sopratutto sola, quindi in minoranza - ed entrare in un negozio Foot Locker, magari anche deserto, in modo che i settantaquattro commessi assunti in due metri per due di locale si fiondino tutti su di te, è come sapere di dover morire dentro e non fare niente per impedirlo.
Innanzitutto, appunto, parliamo di un negozio di pochi metri quadrati con dentro almeno sette o otto commessi. Va bene che c’è sempre bisogno di lavoro in più e non fa mai male, ma questo mi sembra uno sfruttamento della manodopera sprecato, potrebbero benissimo sbottalare nelle conce o trasportare sacchi di cemento, qualcosa di socialmente più utile e intellettualmente gratificante.
Senza contare che tutte quelle righe mandano un po’ in confusione, in una giornata d’agosto, sotto i quaranta gradi di Milano quando lo smog ormai si è impadronito del tuoi polmoni intasandoti di fumo nero il cervello, si possono facilmente scambiare per un branco di zebre e fuggire nel panico urlando.
Quindi, dicevamo, tu sei donna: a meno che tu non sia alta un metro e una Vigorsol (e quelle normali, manco quelle azzurre) e larga quando la Salerno-Reggio Calabria, con una coltivazione di acne sul volto culminanti in una dentatura putrefatta, sei automaticamente una preda, un obiettivo.
Sei scopabile, in parole comprensibili a tutti (il che porta ad un’altra considerazione: non sentirsi gratificate da eventuali commenti o sguardi dei commessi Foot Locker: basta che respiri, altrimenti è necrofilia).
Dunque entri, ti guardi intorno e come ogni essere umano desideri essere lasciato in pace per il solito assunto “commesso, se ho bisogno ti chiamo io, nel mentre stai nel tuo angolino a contare scontrini”, ma ecco che vedi due delle sette zebre venirti incontro con degli intro degni di un lemure di Madagascar:
- Ciao ragazza (uhm, perspicace)
- Ciao bella/bellezza
- Ciao tipa
- Ciao principessa
- Ciao bella, hai bisogno di me *faccia da sornione*?
No, microcefalo vestito da arbitro, voglio solo dare un’occhiata alle scarpe in santa pace, che se non ci fosse un altro luogo così fornito col cazzo che sarei qui.
Ma continuano a non capire e il tuo palese rifiuto per qualsiasi tipo di interazione, anche solo telepatica, viene visto come una sfida, anche da tutti gli altri, chiamati dal diretto interessato con degli ultrasuoni non udibili da noi umani; ti accerchiano, cominciano con le battute da scuole medie, le risatine e le occhiate tra di loro.
Allora tu di conseguenza speri in due tipi diversi di scenario (altre due frecce che si diramano): che tu riesca ad andartene senza che loro oppongano resistenza oppure che facciano il loro ingresso altre donne, o uomini, o pinguini, o arcobaleni parlanti, qualsiasi cosa che distolga la loro attenzione può andar bene.
Se sei uomo, invece, si sentono il diritto di comportarsi come se fossero vostri amici da sempre: sei pelato? Ha-, posso specchiarmici. Sei basso? Ha-, sei un nano. Sei rosso? Ha-, sei un semaforo. Sei grasso? Ha-, per te ci vogliono scarpe resistenti. Sei magrino? Ha-, attento che una folata di vento non ti porti via.
E via di pacche sulle spalle, riferimenti ad eventuali ragazze, battutine di intesa che il più delle volte muoiono per aria come foglie d’autunno, non rimbalzano nemmeno, cadono per terra, sbam, nel silenzio, mentre i grilli cantano e i soliti covoni di sterpi rotolano dietro di te.
Ma non dimentichiamoci che son pur sempre commessi, quindi il loro obiettivo finale è vendere, vendere qualsiasi cosa; se tu entri per comprare, anzi no, solo guardare un paio di scarpe, è probabile uscire poco dopo con tre maglie, due paia di scarpe, una felpa e un lucidante per scarpe di pelle.
E’ probabile anche che, se ti vedono come uno con le mani perforate, siano in grado di venderti anche i loro reni e, perché no, tutto il negozio. “Senti con queste scarpe, solo per oggi, solo per questo minuto e a metà prezzo, ti diamo anche tutto il palazzo. Bella zio“.

Morale della favola, vorrei fare una dichiarazione pubblica, sperando che arrivi a chi di dovere:
1. cercate di trovare un confine tra cortesia e invadenza/maleducazione
2. cercate di assumere uomini che possono sfogarsi con ragazze proprie, senza sputare i loro ormoni su chiunque
3. a tal proposito, non sarebbe male assumere un paio di donne a negozio
4. se proprio devono sputare ormoni, che almeno abbiano le doti per farlo, non che quattro su cinque siano affascinanti come dei caciottari
5. nel frattempo, cercate di non alimentare la catena, andate in altri negozi, altre marche sportive, scrivete a Giovanni Muciaccia perché faccia vedere ad Art Attack come farsi delle scarpe di iuta, qualsiasi cosa vi venga in mente, tutto fa brodo per boicottare

It’s all Lost

Aprile 30, 2009 - In: Ma vaffanculo, Stavo meglio prima, Tv - Commenti(49)

E’ ora di basta.
Voi - premesso che ci sia qualcuno all’ascolto - disgraziati infami che come me state guardando la quinta stagione di Lost e, sopratutto, siete ancora vivi, voi che ogni settimana scaricate la nuova puntata e la guardate bestemmiando, voi che siete rimasti sorpresi guardando Sawyer con i capelli finalmente puliti, che non vi aspettavate - o forse sì - che Widmore fosse il padre di Faraday, che speravate che Linus morisse sotto i pugni di Desmond, che siete stufi della faccia perennemente stupita di Jack e quella perennemente incazzata di Kate, voi che non sopportate più che Locke faccia lo sborone a destra e a manca.


Aiutatemi a fare mente locale, non ci sto capendo più niente.
Sono ben accetti riassunti, supposizioni, teorie, invettive e maledizioni purché si arrivi ad una conclusione.

Prima o poi ritornano

Io non sono mai andata a ballare, nemmeno quando hai quell’età dove andarci le domeniche pomeriggio non è da sfigati, e l’unica volta che ho messo piede in una vera e propria discoteca sono tornata talmente stordita dal casino da crollare per terra addormentandomi all’istante e ancora vestita.
Però ho sempre avuto intorno gente non vecchia dentro come me che considera ballare in una stanza con l’inquinamento acustico a dei livelli inauditi una forma di divertimento, quindi un minimo di cultura su musica da discoteca ce l’ho (son cose da scrivere in un curriculum eh), sopratutto, anzi, solo anni novanta.
E ce l’ho per osmosi non per mia volontà, perché ho subito per anni quelle classiche feste che fai a turno a casa dei tuoi compagni di classe dove sentivi solo quel tipo di musica, dove se tentavi anche solo di ipotizzare un ascolto alternativo venivi mandata a cagare seduta stante.
Ma torniamo ai giorni nostri: tu te ne stai a tavola che mangi beata, senza problemi, senza pensieri, quei venti minuti di pace in cui l’unico sforzo che devi fare è aprire bocca e masticare, quando ad un certo punto senti una musica che non ti sembra nuova e girandoti di sfuggita verso la televisione vedi una donna in mutande e reggiseno che si muove combattendo forti folate di vento.
Te ne sbatti l’anima, ma c’è qualcosa che non ti torna, e non è l’ennesima banalissima pubblicità di Intimissimi a catturare la tua attenzione, ma è piuttosto la musica, un testo già risentito, una vaga melodia in lontananza che ti accende la lampadina di una rabbia repressa per anni.
E a quel punto, con la forchetta a metà strada tra il piatto e la bocca, giri lentamente il collo verso il televisore per avere una conferma ma al tempo stesso sperando di esserti sbagliata.
Quella canzone non è altro che una versione riveduta, ma non per questo meno nauseante, della celeberrima (…) “L’amour Toujours” di Gigi D’Agostino, mia eterna nemesi; qui non stiamo parlando di un classico d’eccellenza del genere ma di una delle canzoni più trapananti e fastidiose degli ultimi…venti anni?
Nemmeno Gam Gam mi infestidiva così tanto, ma - esagero - nemmeno i Venga Boys, nemmeno l’ “eeeeeh” depositato alla Siae di Tiziano Ferro.
EeEeEeEeeeeh*.

*(0.25)

Italiani, popolo di sordi

Le persone più perspicaci (non c’è nemmeno bisogno di scomodare l’intelligenza) sanno che quando generalizzo lo faccio per estremizzare, per far diventare alcune situazioni volutamente ridicole, per esorcizzare luoghi comuni; dalla mia bocca, ad esempio, non è mai uscita seriamente la frase “l’Italia è un paese di merda”, anzi, giusto qualche giorno fa mi sono ritrovata a parlare con una persona sulle abitudini a tavola dei vari popoli e ho pensato che per certe cose, per quanto futili e per quanto possano alimentare odiosi stereotipi all’estero, noi italiani siamo un passo avanti.
Putroppo poi capitano cose che ti fanno vacillare un attimo, che fanno traballare le poche sicurezze che hai nella vita, una fra tutte, quella di non essere una delle persone che si lamentano dell’Italia, che fa schifo, che è una palude, che è un paese di vecchi, un paese di musei e monumenti e niente più e poi cosa fanno? Pensano bene di andarsene, lamentarsi ma lavarsene le mani, tanto che me ne frega, io decido di rifarmi un’altra vita, in un altro paese dove tra dieci anni mi lamenterò delle stesse cose.
Niente poteva farmi titubare di questo punto fermo nella mia vita, niente poteva farmi venire la voglia improvvisa di cambiare cittadinanza e andarmene a coltivare patate in Bolivia, se non questo.
Ora. Analizziamo la cosa a mente fredda, non facciamoci prendere dall’istinto omicida/suicida che se volete è immotivato: non consideri Sanremo come un’istituzione nel campo musicale, non sapevi nemmeno iniziasse questa settimana e avrai visto in tutto dieci minuti, vedi il Festival come un modo per riciclare denaro e speculare su argomenti che in Italia fanno il solito polverone, consideri le canzoni in gara degli errori grammaticali in - pessima - musica, quindi che te ne frega. Giusto?
No.
Sorvoliamo - ma anche no - sul fatto di mettere Marco Carta direttamente tra i “big” della musica italiana e non in terza classe tra “dolore e spavento“, che Al Bano e Fausto Leali saranno pure due triceratopi, ma vedersi sullo stesso piano di questo bacillo con la cresta deve essere snervante; se tra di voi c’è qualcuno che ancora non sa chi sia Marco Carta, o almeno il suo iter “professionale” (haha), non c’è problema, son qua per questo: Marco Carta è uno spocchioso, superbo, arrogante e falso modesto gracchiatore di parole su note musicali (cantante mi pare sinceramente un azzardo) “scoperto” da Maria De Filippi, che, poraccia, c’avrà pure le sue colpe come tutti, ma che ne sapeva lei?
Marco Carta è stato un concorrente di Amici giustamente perseguitato per le sue inesistenti capacità canore, anzi, senza andare troppo in là, per le sue inesistenti capacità oratorie, per l’inesistente capacità di mettere insieme delle parole in una frase di senso compiuto con una dizione accettabile che non fossero storie su complotti contro di lui e la sua immensa bravura, la Loggia P2 e i Templari che segretamente tramano contro di lui per non farlo arrivare in cima al mondo.
L’aspetto ancora più urticante della situazione è alimentare la convinzione di questo galletto ValleSpluga di essere un vero talento, di essere arrivato, di essere l’eletto; la vincita di Marco Carta dimostra alle migliaia di ragazzine che sono state davanti al televisore per votarlo - e ai migliaia di ragazzini che stanno insieme a queste ragazzine - che, per l’ennesima volta, non importa avere un barlume, anche fioco, di talento per raggiungere un determinato stock di obiettivi (prima Amici, poi Sanremo, a settembre vince Miss Italia, ci butto giù un centone), basta una faccia di culo, una buona dose di esibizionismo, zero pudore e una telecamera.
Ma, direte voi - i più perspicaci, ricordiamocelo -, mi cadi su questi luoghi comuni, ed è vero, lo sono, ed è anche vero che le altre due alternative alla vittoria, Povia e Mister Mandarino (chiamato così per il semplice motivo che non ho la più pallida idea di chi cacchio sia sto tizio abbronzato uscito dal nulla), non erano delle migliori e a questo punto mi si manda in confusione, forse Marco Carta era il male minore?
Forse era più pericoloso un Povia, con una canzone scritta per strumentalizzare argomenti molto più impegnativi di quello che un semplice Sanremo possa sopportare? Una canzone finto rap, su come un tizio era gay, nel senso che adesso è sano, si è curato. Bravi, bell’esempio. Io metterei su delle associazioni di bambini, piccioni e gay uniti per fargli causa, tra parentesi.
Oppure era più pericoloso un Mister Mandarino, che da quanto ho capito nella sua memorabile interpretazione c’è lo zampino dell’onnipresente Gigi D’Alessio?
Non lo so, sono confusa.
Poi ripasso mentalmente la straordinaria esibizione del microbo ricordandomi anche l’intenso testo della struggente canzone che, nel bene o nel male, per un anno ci rappresenterà musicalmente nel mondo: “ed è un bacio ad acqua salata che ancora più sete di te mi dà“.

Quindi scusa Al Bano, scusa Fausto Leali, scusa Iva Zanicchi, scusa Patty Pravo, scusa Pupo, non lo faccio più. Giuro. No, vi prego, non ve ne andate, non lasciateci con i Gemelli Diversi e Marco Carta, no, vi prego, facciamo i bravi, davvero, su di voi nemmeno una nuvola ma un pensiero stupendo e una zingara con un panino e un bicchiere di vino…a chi sorriderò se non a voi? Non andatevene…vi prego, no…no…per favore…sigh.

Ultimatum alla mia pazienza

Febbraio 17, 2009 - In: Cinema, Ma che davero?, Stavo meglio prima - Commenti(8)

A proposito di alieni: The day the earth stood still, o Ultimatum alla terra, come volete chiamarlo.
La terra sta morendo, ed è colpa nostra, come praticamente tutto nell’universo; c’è ancora chi dà da lavorare alla Carrà? Colpa nostra, stesso principio.
Il concetto è che, bon, la terra sta morendo e un gruppo di alieni in gita decide di lanciarci delle palle giganti e luminose che attirano a sé qualsiasi forma di vita animale, una specie di arca di ET, lasciando noi, poveri farabutti, a diventar inesorabilmente polvere.
Non metaforicamente parlando: da queste palle luminose esce un omone gigantesco fatto di chissà quale metallo, una specie di Robocop de loroantri, in realtà formato da insetti che polverizzano qualsiasi cosa vadano incontro.
Pure la Carrà.
Il che sarebbe un bene ma in questo film no, perché, insomma, non c’è solo la Carrà, in teoria ci sarei pure io (tiè), quindi la bella di turno, figa e addirittura astrogimnobiologicosticazziloga - una roba del genere - si prende la briga di salvare il mondo, mentre la sua frangetta non si sposta di un millimetro per un’ora e mezzo.
L’elemento principale comunque non è lei, mi ero dimenticata di dirvi che da una di queste palle luminose, la prima scesa sulla terra, è uscito nientepopodimenoche Neo ricoperto di quella che ad un primo momento sembra placenta.
E dico Neo non a caso: non vi ricorda niente? Da dove è uscito Neo dopo aver preso la pillola rossa in Matrix? Una specie di uovo tecnologico e luminoso attaccato a dei fili e ricoperto da una specie di…placenta. Tac e tac.
Toglietemi tutto ma non la fantasia.
Ma passiamoci sopra e concentriamoci sul fatto che anche qui, come in Matrix, una volta rinato si appropria di un vestito e non lo molla più, ed anche qui, come in Matrix, una volta rinato si appropria di un espressione facciale e non la mollerà più, quella è, qualsiasi cosa succeda intorno a lui:
Normale
Alterato
Preoccupato
Triste
Coraggioso
Eroico
A questo punto mi pare chiaro che sia gli eletti sia gli alieni siano tutti dei carciofi fritti.
Ma andiamo avanti: si è capito che a questi alieni interessa soltanto preservare la salute della terra, perché se la terra muore, tu muori, se tu muori la terra sopravvive.
Stronzo opportunista umano che non sei altro.
Ma Neo, anzi, Klaatu (buhahahahaha!), poco prima di evadere da una specie di area 51, vi aveva avvisato, voglio parlare con i vostri leader, forse vi risparmio la vita - aveva detto - ma giustamente non lo hanno ascoltato, che figura ci facciamo a mandarli da Putin, Berlusconi e Sarkozy? Obama forse sì, ma loro proprio no.
E allora l’astrogimnobiologicosticazziloga gli dice “ti porto io da un nostro leader”, ossia un biologo premio Nobel che ha Bach in filodiffusione per la casa; chiiii? Chi cazzo lo conosce questo? Quasi quasi preferivo Berlusconi, anche se probabilmente lui ha Apicella in filodiffusione e alimenterebbe soltanto la loro voglia di annientamento.
No niente, come non detto, meglio il biologo.
Il problema è che questi due dovrebbero salvare in mondo e invece si mettono a parlare di prosciutti e cotechini, dopo aver scarabocchiato su una lavagna chissà quale formula che per quanto ne sappiamo potrebbe pure essere “latte + Nesquik = latte al cacao = yum!“.
C’è poco tempo, le mosche assassine stanno polverizzando qualsiasi cosa e ste palle luminose incombono sulle nostre teste, possiamo salvarci? - domanda frangetta perfetta
Non lo so, però ti ho visto che ti sei abbracciata con il tuo figliastro e ho sentito che c’è un altro lato di te, forse non siete tutti umani opportunisti stronzi, potete cambiare - rispose il monociglio emozionale.
E dopo aver salvato la vita al bambino - antipatico come pochi sulla terra, guarda, preferisco la mosca che mi polverizza -, Neaatu si sacrifica e si butta nello sciame di insetti assassini, riuscendo a toccare la palla madre (uhm) e a bloccare il processo di distruzione.
Sì, va bene, grazie eh, su questo non ci piove, ma…? C’hai rotto le gonadi per più di un’ora quando bastava toccare una palla?
Alieno bastardo dentro.
Ed è in quel momento che il titolo si spiega: la terra si blocca, per qualche secondo tutto si paralizza, la luce va via, le macchine si fermano, gli orologi pure, raggi di sole illuminano stanze buie, gli uccellini cinguettano di felicità e Winnie Pooh saltella tra i fiorellini con la zampa inzuppata di miele.
Fine.
Due ore della mia vita che non avrò mai indietro (tra cui compresa la stesura di questo post).

Cuor di coniglio

Esistono diversi tipi di paura, improvvisa, graduale, il terrore vero e proprio, il panico, ed è comprensibile che ognuno abbia la sua reazione: c’è chi si immobilizza, con i muscoli paralizzati e la circolazione che si blocca - come gli animali che si fingono morti - c’è chi si mette ad urlare e c’è chi immediatamente scappa.
Io faccio parte dell’ultimo gruppo, quando ho paura scappo, che sia una cavalletta sul mio cuscino prima di andare a dormire, che sia una scossa di terremoto, che sia un tuono un po’ troppo forte durante un temporale, la mia prima reazione è quella di muovermi.
Quindi, se ci attaccano gli alieni e per disgrazia siete con me, nel giro di tre secondi vedrete accanto a voi una nuvoletta di polvere che significherà solo una cosa: sono già lontana, arrangiatevi, il beep beep che è in me vi ha mollato lì senza troppi se e ma.
La cosa positiva è che presa dal panico posso afferrare qualcosa per portarlo in salvo, la cosa negativa è che può essere un gatto come una penna, non ragiono molto in quei momenti; durante una scossa di terremoto qua a Milano ho preso al volo le cingomme, per dire.
Ma spesso mi succede anche un’altra cosa, che non so quanto sia diffusa, ed è il pianto involontario, senza singhiozzi, senza soffiate di naso, senza bronci e facce tristi, sono lacrime che scendono inconsciamente, un vero e proprio rubinetto che con certi tipi di paura si apre.
Se a qualcuno di voi venisse in mente di raccontarmi fenomeni o esperienze paranormali, faccia a faccia, mi vedrete dopo pochi secondi con gli occhi lucidi, se c’è un film che mi mette paura, una paura irrazionale nata da situazioni surreali, avrò bisogno di un fazzoletto entro pochi minuti.
Ed ecco perché stanotte mi sono ritrovata a piangere per aver visto la pubblicità di The Ring: quel film mi ha traumatizzato come pochi nella mia vita, adesso, come dopo la prima volta che lo vidi al cinema, dovrò passare 10 giorni a dormire con la televisione accesa per scongiurare il pericolo che si accenda da sola.
Uff.
Che fatica essere me.

Varie ed eventuali




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