Gli stereotipi da concerto
Badate bene, io ho delle regole precise nella mia testa da seguire: mai andare da sola dal McDonald, al cinema, e ad un concerto; è oggettivamente di una tristezza inaudita, ma son degli ostacoli che prima o poi dovrò superare.
Sulle prime due ci sto lavorando, la terza regola è stata completamente infranta qualche giorno fa quando sono stata per la prima volta ad un concerto da sola.
Sola, non mi ha accompagnata nessuno, ho lasciato l’ombrello in albergo e ho sfidato le intemperie, il freddo, l’acqua gelida, lo stare in piedi sotto la pioggia per tre ore ma sopratutto, non avendo nessuno con cui scambiare due parole, ho osservato molto.
Ho osservato gli stereotipi da concerto e mi sono accorta che il gruppo che spicca sopra gli altri è il gruppetto di ragazzine, che trovi da ogni parte (magari non al concerto dei Pooh, ecco)(ma non sono sicura, sono un virus che si diffonde rapidamente).
Dico ragazzine non a caso, ci sono anche gruppi di donne un po’ più adulte (che tutto è relativo, in quel caso adulta ero io, a 26 anni) ma non si comportano nello stesso modo: nel secondo, dopo i primi tempi di eccitazione vige un rigoroso silenzio per non finire a bestemmiare sul freddo o sul caldo che fa.
Perché s’invecchia e il gelo ti entra nelle ossa e sei vecchia e non c’hai voglia di cantare. Ho detto vecchia? Esatto, vecchia. Dentro.
Ora, lo sapete anche voi che l’attesa di un concerto snerva in un modo esasperante, in qualsiasi periodo dell’anno; dopo un po’ che sei lì in piedi al gelo o a cuocere a fuoco lento seduta sull’asfalto passi il tempo a pensare a nuovi e divertenti modi per ucciderti.
Passa qualche ora e cominci ad immedesimarti in un serial killer di massa, cominci a stimare e comprendere quelli che entrano nei supermercati affollati e sparano a vuoto ‘ndo cojo cojo basta che crepi, inizi ad osservare gli altri con sguardo truce, brontoli e borbotti e commenti inacidita sottovoce qualsiasi cosa succeda intorno a te.
Cos’è che fa scattare questo meccanismo di distruzione? Loro. Le ragazzine.
Già un esemplare singolo si fa fatica a digerire, con la sua vocina acuta e i suoi “cioè”, e i suoi “tipo” e i suoi discorsi sul compito di latino e di matematica, se poi la moltiplichi per cinque ti ritrovi accanto un branco di lagne che non-smettono-di-parlare-nemmeno-per-un-secondo.
Nemmeno per sbaglio, nemmeno per bere o mangiare, perché non bevono, non mangiano, sono dei cyborg, non hanno bisogno di niente per vivere e trovano la forza nel cicaleccio continuo, sotto un sole cocente o sotto la pioggia gelata, niente le ferma.
E cantano, e parlano della scuola, e commentano ogni sciocchezza e ridono per qualsiasi cosa, e ti scrutano da capo a piedi come se fossero direttrici di Vogue sta ceppa in trasferta, e appena sentono un rumore di batteria o di chitarra emettono suoni che stordiscono cani nel raggio di dieci km, e non-smettono-di-parlare-nemmemo-per-un-secondo.
Se il concerto è in un locale, poi, la possibilità di disperdersi diminuisce ancora di più e c’è la terrificante probabilità di ritrovartele anche dentro, a due passi dal tuo naso e sopratutto dalle tue povere orecchie.
Se è possibile l’attesa all’interno del locale/stadio è ancora più snervante, perché ormai sei lì, sei finalmente dentro ad un passo dal tuo obiettivo ma devi sopportare altre ore, con i gruppi di apertura che sai già non sopporterai e ancora queste zozze che non-smettono-di-parlare-nemmeno-per-un-secondo.
Ed è una volta dentro che il gruppetto si differenzia dal resto: a quel punto, quando ognuno è al suo posto e non c’è bisogno di saltarsi addosso, invadono il tuo spazio privato con balletti e coreografie improvvisate.
Perché? Davvero, PERCHE’? Non siete stanche? Capisco che siete giovani e le pile vi si consumano meno lentamente delle mie che sono un proverbiale catorcio semi-movente, ma dove la trovate la forza? Perché siete così crudeli con persone che devono obbligatoriamente trovare le energie per andare avanti ancora quattro ore e non svenire nelle braccia sudate del primo hooligan che si trova dalle parti?
Ma voi no, vi prendete per mano e cantate ed ondeggiate e mi sbattete contro altra gente e mi spiaccicate contro la transenna – perché il prezzo da pagare per essere in prima fila è quello di perdere automaticamente un rene – e ancora non c’è nessuno sul palco, l’unico suono è il brusio della gente, gli strumenti sono coperti e non ci sono nemmeno le luci accese ma voi avete le allucinazioni uditive e vi muovete come villi intestinali.
E in quel momento pensi che appena lo spettacolo comincerà chissà come diventeranno, queste, chissà l’inferno che mi faranno passare ma quando poi comincia cosa fanno? Semplice: biascicano qualche parola di canzoni qua e là e passano il tempo a smanettare col cellulare per dire al best friend forever che sono al concerto dei Tizi della canzone del coso del video coso.
Vi odio.
Mi fate rimpiangere la famiglia di cinquantenni che accompagnavano i figli al concerto dei Coldplay, che mi chiesero gentilmente se potevo mettermi seduta perché non ci vedevano.
ps. questo post è dedicato a quelle cinque stronze che mi hanno procurato uno dei peggiori mal di testa mai avuti in vita mia.
Chissà Giacobbo…
100 e un modi (forse meno) per affrontare un qualunque film catastrofico.
- Innanzitutto partire dal presupposto che se una situazione può peggiorare, per quanto possa sembrare impossibile, lo farà perché al peggio non c’è mai limite. Esempio: se ti svegli di notte e ti spacchi il mignolo del piede sullo stipite della porta, probabilmente mentre bestemmi picchierai anche la testa sulla maniglia della porta, sfidando qualsiasi legge fisica. E così succede in quel tipo di film, se muori resusciti e poi rimuori e appena ti alzi ti spacchi un piede sullo stipite della porta. E’ la prassi.
- Prendere in considerazione che prima di arrivare al momento clou ci vorranno intere decine di minuti di primi piani e “OHMYGOOOOOOOUUUHHHHD“. Quindi tu sai una cosa che loro, i protagonisti, non sanno e vorresti alzarti da quella poltroncina comoda e dondolante del cinema ed urlare “SI, porca troia, la terra si sta sfaldando sotto i tuoi piedi, arrivaci diobono e passa al sodo!”.
- Non affezionarsi mai a dei personaggi che hanno scritto “MORTE” in faccia fin dal primo minuto. E’ semplice individuare quelli che non moriranno mai nemmeno se si accendono una sigaretta ricoperti di benzina (non era una sigaretta vera, era di cioccolata al peperoncino): il protagonista non morirà mai, innanzitutto. Che sembra una precisazione stupida, ma uno può sempre pensare “incredibile, uno di quei film dove l’eroe effettivamente crepa?”. HA! Illusi imbecilli, no che non crepa se cade in una fossa delle Marianne che si è appena aperta sotto i suoi piedi e ti è parso di sentire un corpo sfracellarsi al suolo, stupido, era il cellulare. Dopo minuti di suspense intensissima, la sua mano riapparirà dal nulla e lui si tirerà su come se si alzasse dal letto. Chi morirà - invece - sarà il suo nemico-amico, o il pilota o meglio ancora la puttana russa o lo stronzo che all’inizio ti stava simpatico.
- Noterai tutte le incongruenze: una mega nave inaffondabile, indistruttibile, fatta di strati di plutonio e cemento e ghisa e scenziati del Cern che mentre si muove sbuffa fumo nero dal piccolo camino che ha in cima come se fosse un treno a vapore dell’800. La figlia che per il padre morto spreca due lacrime e ha pure il tempo di flirtare. La gente che muore non senza aver prima sciorinato una frase ad effetto che NESSUNO sentirà. Il mondo sta cadendo a pezzi, la natura sta distruggendo tutto, non troveresti una casa in piedi nemmeno in sogno e ti suona il cellulare? Ma WHAT THE FUCK? Da dove arriva il segnale? E poi nessuno che va mai una volta in bagno o che mangia un boccone. S’intende la tensione ma un pezzo di panino ogni tanto non ti farebbe male, almeno muori a stomaco pieno, nel peggiore dei casi.
- Nonostante tutto questo, quando l’eroe della situazione salva l’umanità e contemporaneamente fa battutine a sborone come se fosse niente e “bastapocochecevo“, un po’ di commozione dentro la senti e torni a casa sicura che al massimo se succede qualcosa puoi sempre chiamare John Cusack.
- In più, nonostante il tuo passatempo preferito sia ridere alle assurdità delle situazioni e sottolineare come tutto sembri surreale, nei momenti di catastrofe imminente non puoi fare a meno di appiattirti sulla tua sedia sperando che quel trabiccolo di aereo passi tra i due grattacieli che si stanno sgretolando. Una volta fatto, tiri un sospiro di sollievo e speri che nessuno ti abbia visto.
- Se sono coinvolti i rappresentanti del G8, quello italiano avrà una faccia da idiota. E mentre tutti gli altri stanno sulla nave megagalattica e porteranno avanti l’umanità, l’idiota italiano decide che è meglio inginocchiarsi in piazza San Pietro a pregare. Ma fottiti, ma veramente, crepa, te lo meriti.
- Quando quella che dovrebbe essere la sostituta di Angela Merkel dirà a quel punto “credo di parlare anche per l’Italia” scoppierà una risata generale tra il pubblico. E comunque chi ti conosce, parla per te, ma che vuoi.
- Quando tutto sembra andare per il meglio un pezzo di plastica finisce negli ingranaggi del portellone della nave megagalattica e se non si chiude tutto non parte il motore. Ma maiala d’una maiala, c’è una nave grossa quando la punta dell’Everest e un pezzo di sistola in un ingranaggio grosso quanto un monolocale di Milano BLOCCA TUTTO? E qua torniamo alle incongruenze di cui sopra.
- L’eroe, non curante dell’ex moglie che visibilmente vuole tornare a trombare con lui, rischia la morte sfidando ogni legge. Fisica, civile, penale, del buon senso e della gravità. Però ci riesce e fa tutto lo spaccone, perché lui è John Cusack e può stordirti con un registratore se la situazione lo richiede.
- Tutti i film del genere hanno una morale spicciola, che siccome non può essere “mangia anche le molliche di pane perché c’è gente che muore” - perché tanto morirai pure tu - e nemmeno “goditi la vita perché non hai il raffreddore”, la morale in quel caso riguarderà sempre l’umanità e l’altruismo e baggianate varie. “Siamo un unica famiglia”. Ma parla per te, parla.
- La morale di 2012? Spicciola che più spicciola non si può: state attenti, bimbi, perché il Terzo Mondo ci salverà. Trattatelo bene, perché dopo una catastrofe tettonica di proporzioni disumane, l’unica superficie terrestre che si ritroverà magicamente rialzata e potenzialmente abitabile, è l’Africa. Non gli Usa e nemmeno l’Europa, il mondo diventerà Afro-centrico. E beccate sto calcio ‘n culo.
Ah,dimenticavo: MORIREMO TUTTI, CRISTO, MORIREMO TUTTI!
La vergogna, questa sconosciuta
Penso che ognuno di noi abbia quelle canzoni intoccabili, che non toglie mai dal lettore mp3 e che non salta mai quando capitano nella riproduzione casuale (avrei potuto dire shuffle, ma anche no).
Le mie intoccabili sono poche, si contano su due mani e avanza forse qualche dito; tra queste Creep, dei Radiohead.
Creep, ai tempi di Tmc2 che mandava sempre i soliti video ad un’ora prestabilita, era una di quelle canzoni per cui mettevo la sveglia nel caso mi dimenticassi, è tuttora una delle poche che non posso fare a meno di cantare nonostante la mia totale mancanza di grazia nel farlo e, tra l’altro, fu grazie a loro che imparai la parola “weirdo“.
Ma passiamo ad altro: io odio Vasco Rossi.
Non nego che alcune sue canzoni siano nell’immaginario collettivo, e con questo intendo che una roba come “Una canzone per te” prima o poi o te la dedicano o la dedichi tu a qualcuno, è un passaggio quasi obbligatorio, ma per il resto lo reputo un povero pensionato che si ostina a farsi le canne a dondolare nei suoi video con lo sguardo ebete nel vuoto, intervallato da momenti in cui fissa il culo a ragazze che potrebbero essere sue nipoti.
Ho reso l’idea?
E non voglio cominciare ad analizzare sociologicamente il fanatico di Vasco Rossi, quello che ascolta solo lui e tutto il resto è merda, quello che considera filosofia di vita i suoi “eeeeeeeeehhhhh…” e le sue trenta parole ripetute e mischiate all’infinito per formare sempre le solite frasi che non vogliono dire niente, quello che ha la sciarpa presa al concerto e che nei momenti di misticismo acuto si mette a mo’ di bandana o fascia e comincia ad avere convulsioni e si farebbe saltare per aria in suo nome.
Vasco, per me, è come un oroscopo: le sue frasi sono banali, scialbe e talmente ovvie che qualsiasi mente labile può prendere come Vangelo e considerarlo il nuovo Socrate (sempre che sappia chi sia).
Ora, come possono queste due cose, Creep e Vasco Rossi fondersi nella morale di questo post? Si fondono nel fatto che il signor Rossi ha fatto una “cover” (mi vien da piangere) della suddetta canzone, uscendo con una cosa che dovrebbe essere legalmente perseguibile e per la quale si dovrebbe passare all’arresto immediato.
Ad ogni costo è l’abominevole “canzone” che è venuta fuori da questa malsana idea del vecchietto in questione, e non riesco nemmeno a trovare le parole adatte per descrivere lo scempio.
Posso però riportare una citazione letta su Tumblr: “Vasco sta alla musica come un bambino che disegna cazzi sulla neve pisciando sta alla pittura“. Amen.
ps. ho la sensazione che con questo post mi farò acerrimi nemici, ma non posso farci niente, non esiste diplomazia quando vengono violati i diritti del buon senso.
Ora rido io
Vorrei fare un grosso HA-HA! a tutti quelli che mi hanno preso per il culo perché non esco mai di casa senza il disinfettante per le mani.
Sì, che scoop, il disinfettante per le mani per me esisteva già prima di questa fobia di contagio, adesso che tutti credono di morire di cretineria - perché di questo si tratta - da un momento all’altro i disinfettanti vanno a ruba.
HA-HA, di cuore, a quel gruppeto di deficienti che ieri in metropolitana mi hanno chiesto dove lo avessi comprato.
HA-HA, perché se prima mi ridevate in faccia adesso mi chiedete di prestarvelo.
HA-HA. Crepate.
ps. Vorrei dire al Comune di Milano - che mi segue sempre (…) - (ciao Comune di Milano!), che nell’ottica del “non creare allarmismi” non mi sembra una mossa geniale mettere disinfettanti in ogni angolo della città, come ho sentito qualche giorno fa. Così, per dire.
Che la maledizione di Lost ti colga!
Ma io mi domando e dico, porca la puttana, oltre al danno la beffa.
Già che mi girano perché i 148 milioni non li ho vinti io, aggiungeteci che hanno vinto nemmeno a due ore da casa mia e con una schedina da due euro, ma ora devo sorbirmi anche quei DEFICIENTI che scassano le palle perché si fanno chilometri e chilometri per andare in Culolandia dove hanno vinto e fare la stessa schedina alla stessa ora perché “eh beh, spero di vincere”?
E’ gente come voi con il vostro cervello marcio che rovina questo paese.
Ecco.
E le Vigorsol sono le peggiori
E’ proprio inutile che mi guardiate in quel modo quando cerco un foglio per buttare una cingomma.
Non è schizzinosaggine, è la mia cingomma, mica l’ha masticata un cammello, il fatto è che se la butto toccandola - siccome sono io - c’è un alta, altissima probabilità che mi rimanga attaccata alle dita e non riesca a togliermela nemmeno col fuoco.
E non voglio ritrovarmi come quella volta al bar, che per prendere il caffè presi la cingomma tra le dita per buttarla e non mi si staccò più, costringendomi a berlo con una mano nascosta sotto il bancone come se tenessi una pistola o facessi chissà che.
Quindi, passami sto cazzo di foglietto che devo buttare la cingomma, senza sarcasmi che te li puoi inserire dove meglio credi.
Col cuore in mano proprio
Carissimi produttori di creme depilatorie,
se non avessi la pelle eccessivamente delicata sarei già passata alla ceretta da mo’, ma siccome è estate, e le gambe sono scoperte 8 volte su 10, ho bisogno delle vostre creme; questo premessa per farvi capire che l’uso è conseguenza di cause di forza maggiore e non perché vi voglio tanto bene.
Quello che vorrei dire è che io apprezzo l’onestà e la sincerità, prima sui prodotti che sulle persone, che non mi devo depilare le gambe con vostra zia, ma con la vostra crema; dunque, dicevamo, onestà: sinceramente - sinceramente - quando mi ritrovo davanti agli scaffali delle creme depilatorie per me una vale l’altra, la fidelizzazione a qualcosa che mi toglie i peli per quanto mi riguarda non esiste, quindi con questo appello cerco di includervi tutti, che più o meno sono passata da ognuno di voi.
Sono una facile in quanto a creme depilatorie.
Il punto della questione è uno solo: smettetela di scrivere sulle confezioni che quello che sto per usare ha una “profumazione delicata”, perché lo so io, lo sapete voi, e lo sa la maggior parte delle donne, le vostre creme puzzano e premettere il contrario è una palese e sfacciata presa per il culo, e non ho intenzione di farmi prendere per il culo da della gente che studia come togliere i peli.
Potrei accettarlo da un fisico nucleare, non da un pelologo.
E’ un dato di fatto ed è stupido sperare che possano avere un odore diverso dal solito, ma almeno dopo una dichiarazione così esplicita, mi aspetto che questo fantomatico odore siano almeno mitigato da, che ne so, lavanda sbriciolata o effluvi di fogna, mi accontenterei di quelli.
Ora, la pelle è morbida, su questo non si discute, ma faccio fatica ad apprezzarlo quando l’odore di topo marcio intinto in una botte di cipolle crude mi rimane sulle mani e sulle gambe finché non faccio un bagno di trielina e gasolio.
Faccio fatica.
Quindi il messaggio qual è? E’ che se un giorno troverò una scatola di crema depilatoria che riporta la scritta “per funzionare funziona, ma puzza come la morte morta” comprerò il necessario per un anno.
Francia, parte seconda
Visto che questo è il secondo anno di fila che mi ritrovo a passare qualche giorno estivo in Francia, dall’alto della mia sapienza in materia mi arrogo il diritto di saperne qualcosa sui francesi.
Definizione: la Francia è quel posto stupendo abitato da piccoli stronzetti che camminano con vistosi bastoni su per il culo. Metafora: la Francia è come un bellissimo vaso di ceramica pieno di formiche assassine.
Come mi pare di aver detto l’anno scorso, mi prendo la briga di fare di tutta l’erba un fascio di lavanda (oh-làlà-le battutòn) perché altrimenti non c’è divertimento e anche perché le eccezioni sono poche.
E anche per il famoso assunto “faccio come mi pare”.
Per cominciare con “le cose che mi sono sfuggite un anno fa”, i francesi considerano gli automobilisti un branco di cerebrolesi, informandoli durante il loro tragitto che pericolosi incidenti si possono evitare con graziosi cartelli con su scritto “pigia il freno”. Minchia, grazie, lo farò, signor cartellone! (citazione che chi la capisce è il mio bestest friend ever).
I francesi hanno una bassa considerazione anche dei pedoni, poiché quest’ultimi saranno avvisati con cartelloni tipo “non attraversare” ai lati degli autogrill lungo un’autostrada.
Ma va?!
I francesi sono anche dei fottutissimi ladri che si inventano tratti di strada in più in modo che ogni dieci minuti ci sia da pagare minimo due euro, così Madame Sarkozì, con un comodo tragitto di un paio d’ore, potrà comprarsi un nuovo paio di ballerine.
I francesi dimostrano tutta la loro antipatia al volante: va bene che le multe piovono come niente, ma non gli hanno mai detto che a scuola i perfettini che seguono ogni regola vengono menati? Evidentemente no, perché per interi tratti autostradali ti costringono a seguire la loro processione di macchine zombie, tutte alla stessa, lentissima, velocità, stessa distanza, e se per caso tenti di accelerare, tac, ti si piazzano davanti all’improvviso perché non puoi. Tunepépà.
Ma non vi fanno venire in mente i compagni di scuola cagacazzi con la erre moscia?
I francesi non sanno parlare inglese: io il francese lo so, ma non avendolo mai “praticato” mi ritrovo meglio a parlare inglese. Questo i francesi non lo accettano, o parli francese o ti strozzi con una baguette, le opzioni sono limitate. Nei rari casi in cui si sentono pieni di grazia e carità da farci la cortesia di spiccicare due parole due in inglese, ad una semplice richiesta come “voglio la dannatissima password per la connessione wifi gratuita” mi ritrovo a dover decifrare uno spelling mezzo inglese, mezzo francese e mezzo checazzoneso, dove una I in inglese si pronuncia magicamente O, perché in realtà ci troviamo nel comune di Narnia e siamo tutti dei folletti sotto acido.
Sull’affair inglese ho comunque elaborato una teoria: la loro è una conformazione fisica che gli impedisce di parlare qualsiasi altra lingua in un modo quantomeno accettabile. Se i cinesi hanno gli occhi a mandorla, loro, con la caratteristica bocca a culo di gallina, non sapranno mai parlare un inglese decente e ti faranno dubitare dei tuoi 22 anni di esperienza. I francesi hanno quindi la bocca a mandorla, sono fisicamente impediti, la bocca non si aprirà mai al punto da rendenderli comprensibili ad orecchio umano e non solo canino (canino francese, i miei non lo capirebbero, per dire).
L’unica cosa positiva dei francesi sono i bambini, che piccoli e minuscoli li senti parlare e sembrano che siano tutti piccoli geni, per uno strano incantesimo di accenti e suoni. Ma poi scrolli un po’ la testa e ti ricordi che quei prodigi cresceranno cagacazzi megalomani come tutti gli altri.
Ps. Essendo questo post gentilmente offerto dalla connessione wifi gratuita dell’hotel, essendo che va bene il cellulare figo ma a tutto c’è un limite, alcuni tratti di questo post sono stati originariamente pensati in corsivo per enfatizzare il discorso, perché così facciamo noi scrittori (………), ma sono rimasti intonsi causa la mia incapacità nel corsivatizzarli tramite tale mezzo. Quindi immaginateveli a caso, sparsi qua e là, dove li ritenete necessari. Tipo “corsivatizzarli”, ecco, quello leggetevelo in corsivo. Anche “leggetevelo in corsivo”. Mo basta però, che - in barba ai luoghi comuni - sento un concerto jazz in strada e devo andare a farmi beffa del popolo francese.
Ne varrebbe la pena
Invece di sprecarsi in cose inutili il governo dovrebbe impegnarsi a dare una definizione legalmente autorizzata e definita della parola “verso”. Se qualcuno mi dice che passa a prendermi “verso” le dieci, non so voi, ma io mi sento in dovere di essere pronta alle nove e mezzo, in quanto quel “verso” per me indica quella mezzora che separa.
In quel lasso di tempo io identifico il “verso” e mi aspetto di conseguenza che chi di dovere si presenti in quanto “verso” le dieci.
Ma evidentemente ognuno dà la propria intepretazione, possono essere le dieci come possono essere le undici e un quarto, a quel punto “verso” vuol dire tutto e non vuol dire niente, diventa una specie di intercalare senza nessun significato.
Chiedo che venga ufficialmente definita la questione, perché se ancora non è successo che qualcuno abbia ucciso per colpa di un “verso…” io potrei essere la prima.
Aaaaah, ecco
Va dato atto alle compagnie telefoniche di una micidiale capacità: fare delle pubblicità che l’intera nazione odia e se fosse possibile preferirebbe passare ai segnali di fumo piuttosto che dargli una lira.
Mi “diverte” vedere anche come il passaggio da un testimonial all’altro diventa sempre più graduale, come se dovessero renderci meno traumatico l’avvenimento (grazie, premurosi): da Totti si sfuma piano piano verso la Blasi, dalla Blasi si sfuma piano piano verso Facchinetti, dalla Littizzetto si sfuma piano piano verso Beppe Quintale che viene direttamente saltato per passare alla Gerini.
Gli unici che rimangono sono Aldo Giovanni e Giacomo e per quanto mi riguarda hanno ampiamente sorpassato la soglia chiamata “rovina la tua carriera una volta brillante” e quando li vedo mi viene l’orticaria al cervello (consiglio a tutti di boicottare la Wind in quanto peggior compagnia esistente. Non solo telefonica, ma mondiale, universale).
Facchinetti, invece, si sta allargando troppo diffondendosi a macchia d’olio, e io lo dico qua, scritto, poi non dite che: tempo dieci anni (e la sto prendendo larga) e questo presenta Sanremo. Un modo come un altro per farmi convincere ancora di più a non guardarlo nemmeno se mi danno un euro al minuto.
Senza contare che nell’ultimo spot mi sono accorta dopo secoli che c’è anche Cesare Cremonini; povero, non sa che una pubblicità di una compagnia telefonica è il modo più diretto di farsi odiare. Blabla una sega.
Ma la ciliegina sulla torta la mettono sempre - e l’hanno sempre messa - quelli della TIM, che scovano i loro pubblicitari tra i barboni della Stazione Centrale a Milano e i pazzi che parlano con i pali in metropolitana.
Fin dalla pubblicità della mucca che bruca sulla rotaia e blocca quello che penso fosse un Eurostar in fasce (infatti sui binari vedi cartelli “attenzione brucamento mucche“), a quello dell’Incontrada e i Lunapop, per passare alle tre sgambettate e arrivando alle quattro paperelle di Adriana Lima che avrei una vaga idea su dove possa ficcarsele, gli spot TIM sono sempre stati un offesa all’intelligenza dei consumatori e dure prove di resistenza per la pazienza umana.
E siamo arrivati all’ultima, l’apice dell’atrocità, con quelli della TIM Band, che sanno solo quella maledetta canzone di Bocelli, ripetuta all’infinito (tra l’altro, riclico di idee) e Fiammetta che dice di saper suonare ma l’unica cosa che fa è sbattere ripetutamente i suoi polpastrellini da impedita su una pianola - fateci caso -, che spero prenda fuoco insieme a lei come un sigaro in una latrina di benzina.
Non è un non sopportarla, il mio è proprio un odio, quando la vedo mi innervosisco e spero che cadano con il loro pulmino rosso e blu da quell’invitante strapiombo; poi, cercando il video ho capito il perché di tutto questo astio.
Con tutto il rispetto
Io sinceramente pensavo che Berlusconi optasse per un G8 a Viareggio, a questo punto. Se il criterio da usare è “l’ultima catastrofe disponibile” Viareggio avrebbe avuto più senso.
O al massimo le scuole italiane. Una a caso andrebbe bene, tanto.
Sigh, Sniff, Sob.
E’ chiaro che il gel dopopuntura Vape per le zanzare funziona.
E’ chiaro perché dal momento in cui ti passi sopra la puntura quel delizioso gel il tuo principale problema non è più il prurito ma quella lancinante sensazione di bruciore che ti assale, come se dell’acido fosse versato direttamente su una ferita.
Tutte le estati me lo chiedo e non riesco mai a darmi una risposta: cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo? E sopratutto, la lebbra non sarebbe meglio per farmi scontare i miei peccati?
Non vivo più, voglio morire.
…
Una bella botta e via
Un bel giorno, dopo l’ennesima illusione di aver trovato un parcheggio per poi tornare alla dura realtà e accorgersi che non è libero ma c’è una fottutissima micro machine, ecco, un bel giorno io mi schianterò contro quest’ultima, a costo di farmi del male, a costo di sfracellare la macchina, ma lo faccio, devo togliermi questa soddisfazione.
Propetari di Smart, che siate maledetti: non avete una hummer, avete una macchina che è 30×40 centimetri, cosa vi costa parcheggiarla col culo un po’ più in vista? Disgraziati.











