*emozione*
E poi per caso scopri che Victoria Cabello ancora non è stata soppressa come segretamente sogni e che addirittura mandano ancora in onda il suo programma su La7 e per qualche strano motivo vedi che c’è Papi e Papi ti è sempre stato simpatico nonostante tutta l’Italia restante pensi il contrario e quando vedi che c’è Papi ti fermi a guardarlo perché vuoi sapere come sta che fa dov’è se in famiglia va tutto bene e poi ad un certo punto una carrambata mostruosa ed entra il grandissimo Uomo Gatto dei tempi di Sarabanda e ti vergogni perché ti accorgi di essere emozionata e a quel punto fanculo Papi a quel punto vuoi sapere come sta l’Uomo Gatto cosa fa dove sta che fa se in famiglia va tutto bene
Galateo scolastico
Ma come ci si comporta quando ormai sei cresciuta e incontri le tue maestre delle elementari o, peggio ancora, i professori delle medie? Perché a quelli del liceo continuo a dare del lei, li vedrò sempre come delle minacce per la mia incolumità mentale, ma loro, non lo so, in fondo sono innocui, anche se quella di tedesco mi annullò un compito perché osai chiedere la cancellina ad una mia compagna.
Come si dice “brutta troia” in tedesco?*
*dovrei saperlo, dopo otto anni di studio germanico, e invece no. So giusto qualche parola sparsa, tipo Bahnhof, Hund, Doppelgänger e la famosa frase “Ich suche die Katze”. Begli anni.
Prima o poi ritornano
Io non sono mai andata a ballare, nemmeno quando hai quell’età dove andarci le domeniche pomeriggio non è da sfigati, e l’unica volta che ho messo piede in una vera e propria discoteca sono tornata talmente stordita dal casino da crollare per terra addormentandomi all’istante e ancora vestita.
Però ho sempre avuto intorno gente non vecchia dentro come me che considera ballare in una stanza con l’inquinamento acustico a dei livelli inauditi una forma di divertimento, quindi un minimo di cultura su musica da discoteca ce l’ho (son cose da scrivere in un curriculum eh), sopratutto, anzi, solo anni novanta.
E ce l’ho per osmosi non per mia volontà, perché ho subito per anni quelle classiche feste che fai a turno a casa dei tuoi compagni di classe dove sentivi solo quel tipo di musica, dove se tentavi anche solo di ipotizzare un ascolto alternativo venivi mandata a cagare seduta stante.
Ma torniamo ai giorni nostri: tu te ne stai a tavola che mangi beata, senza problemi, senza pensieri, quei venti minuti di pace in cui l’unico sforzo che devi fare è aprire bocca e masticare, quando ad un certo punto senti una musica che non ti sembra nuova e girandoti di sfuggita verso la televisione vedi una donna in mutande e reggiseno che si muove combattendo forti folate di vento.
Te ne sbatti l’anima, ma c’è qualcosa che non ti torna, e non è l’ennesima banalissima pubblicità di Intimissimi a catturare la tua attenzione, ma è piuttosto la musica, un testo già risentito, una vaga melodia in lontananza che ti accende la lampadina di una rabbia repressa per anni.
E a quel punto, con la forchetta a metà strada tra il piatto e la bocca, giri lentamente il collo verso il televisore per avere una conferma ma al tempo stesso sperando di esserti sbagliata.
Quella canzone non è altro che una versione riveduta, ma non per questo meno nauseante, della celeberrima (…) “L’amour Toujours” di Gigi D’Agostino, mia eterna nemesi; qui non stiamo parlando di un classico d’eccellenza del genere ma di una delle canzoni più trapananti e fastidiose degli ultimi…venti anni?
Nemmeno Gam Gam mi infestidiva così tanto, ma - esagero - nemmeno i Venga Boys, nemmeno l’ “eeeeeh” depositato alla Siae di Tiziano Ferro.
EeEeEeEeeeeh*.
*(0.25)
Helping my bones
Tetris è uno strumento del Diavolo per farti impazzire, per farti perdere il controllo e aver voglia di uccidere.
Tetris è l’unico gioco che mi ossessionava da piccola, un po’ perché era l’unico che mi riusciva senza troppi problemi, e un po’ perché soddisfaceva il mio atavico bisogno di simmetria e ordine.
Ma son quelle cose che caratterizzano la tua infanzia e per ovvi motivi crescendo abbandoni, un po’ come il Nesquik e la manina appiccicosa nelle patatine; tu cresci e lasci da parte questi piccoli piaceri, cominci a volere il lucidalabbra alla frutta che le tue amiche hanno, cominci a saltellare davanti alla televisione perché hai beccato finalmente il video di Mark Owen, cominci a non dormire la notte pensando a come scappare di casa e cosi via.
A quel punto Tetris diventa un lontano ricordo, soppiantato magari dal solitario sul pc.
Poi arriva un giorno in cui ti annoi, arriva il giorno in cui pensi che potresti cercare qualche gioco da fare al computer ma poi ti ricordi che con queste cose sei una schiappa, l’unica cosa che ti riesce senza problemi….è Tetris.
E allora, dopo qualche secondo di esitazione - mezzo -, cerchi su Google e al primo risultato che ti esce ti ci attacchi come una mignatta: certo, graficamente il Tetris classico gli fa una pippa e certe cose non appartengono proprio al concetto originario ma il principio è quello: incastro, ordine, precisione, linee che scompaiono, pulizia.
Cominci, un paio di partite scorrono lisce, dopo un po’ ti annoi, perché non hai più 8 anni ma dopo qualche ora ricominci, ed è questo il brutto, hai cose da fare, magari anche urgenti, ma non puoi resistere, devi fare un’altra partita, e ti accorgi che non è poi così diverso da quando eri piccola: se per sbaglio la prima figura non si piazza dove vuoi tu, con uno spirito da kamikaze e il fumo che esce dalle narici perché, porca puttana, se sbagli ora poi cosa fai al livello dieci, clicchi ossessivamente la freccia verso il basso per far scendere figure una dietro l’altra, finché tutto è perduto e puoi ricominciare da capo.
E vi sto dicendo tutto questo con in mano in uno yogurt affondato dentro sciroppo di Nesquik.
Sì, esiste. Lo so, sconvolgente.
Ora: qualcuno ha una manina appiccicosa da qualche parte?
Pura cattiveria
Non solo mia madre ha dato via tutte le Barbie che avevo - comprese di camper, cavallo bianco, casa e macchina decapottabile - ma adesso vengo a sapere che buttò via anche tutti i miei paciocchini.
…
Mi è scesa una lacrima, giuro.
Tutti gli anni
Il rituale dell’addobbo dell’albero di Natale comprende:
- rispolverare (letteralmente e non) palline e decorazioni risalenti a quella volta che la maestra in terza elementare ti ha doppiato la cassetta dei Queen. Non sai se buttarli via o meno, sono di una tristezza senza paragoni e stonano con quelli nuovi, ma son pur sempre ricordi. Questo discorso ti viene in mente grazie all’atteggiamento passivo aggressivo di tua madre che, dopo aver proposto il lancio nella spazzatura, ti racconta il perché li ha comprati, dove li ha comprati, quanti anni avevi, che l’ha fatto per te e sopratutto che il tuo è stato un parto doloroso.
- il secondo punto riguarda proprio dove posizionare questi ruderi. Se l’albero di Natale si trova in un angolo, quindi con un lato completamente nascosto come il mio, viene spontaneo appendere qualsiasi cosa nelle parti visibili e far morire di solitudine i rami di dietro. Spesso però ci si dimentica che questi rami possono essere strategicamente riempiti con quelle decorazioni che non vorresti far vedere nemmeno per sbaglio, quindi ecco che davanti hai un albero bellissimo, dietro hai un profugo fine anni ottanta/inizio novanta, con attaccate cose tipo un mini sassofono dorato con un fiocco di velluto rosso intorno. Brrrr.
- mettere in conto di trovare almeno un addobbo rotto. Mettere in conto di urlare “noooooooo” e rimanere in contemplazione del relitto per qualche secondo. Buttarlo e subito dimenticarne l’esistenza. Le palle di Natale hanno un’eleborazione del lutto molto veloce.
- avere a che fare con degli addobbi orribili che non hai scelto tu ma che la persona in questione, se non li vede, chiederà: che fine ha fatto la mia palla di tre chili con diamentro di 30 cm, ricoperta di cartapesta blu e rossa? Essere abili nel trovare un punto visibile ma ancora sufficientemente nascosto ad una prima occhiata, in modo da non far chiedere a chi vede “ma chi è il coglione che compra una palla di tre chili con un diametro di 30 cm, ricoperta di cartapesta blu e rossa?”
- ricordarsi che i primi minuti si è presi dall’euforia della decorazione ma già all’ottavo e tre quarti ti sei rotto completamente le palle. Però le tradizioni son tradizioni e tua madre ha sempre pronto l’affair “parto doloroso” quindi eviti di ritirarti e continui ad appendere aggeggi ma nel modo più svogliato possibile, che manca poco le lanci e se si aggrappano bene sennò amen.
- attaccare le tre file di lucine e ricordarsi che una di queste fa un adorabile rumore 24h su 24: bbbbbbbzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz. Ma non avevamo comprato una quarta fila da sostituire? No, non c’è. Ma ecco la magia del Natale: trovare la fantomatica quarta fila, deliziosamente silenziosa, dopo aver appeso tutti gli addobbi possibili ed immaginabili, compresa la fila di lucine lunga 150 metri che fa bbbzzzz. Porc************.
Il panettone, comunque, fa schifo
Stavo pensando che alla fine il Natale è il male minore, se messo in confronto con la depressione che mi attanaglia a Capodanno il 25 dicembre è il giorno più bello in assoluto.
Non che abbia molto senso per me, né a livello religioso né a livello materiale, visto che non ho più otto anni e non mi regaleranno le bambole de La Bella e la Bestia, anche se su una Barbie Benetton ora come ora non ci sputerei sopra.
Non mi godo nemmeno il pranzo di Natale, visto che dopo qualche boccone finisco sempre in cucina a pulire (non che non mi diverta, intendiamoci).
Senza contare che i miei perdono pure elevate cifre giocando a carte, che la visione di certi parenti a tavola mi blocca la digestione e che ad un certo punto io e mio fratello vaghiamo come anime in pena per la casa in cerca di modi per passare il tempo.
Non è un giorno da ripetere volentieri, ma infatti non è quello che del Natale mi può piacere semmai i venti giorni prima: le luci per strada, gli acquisti per la tavola insieme a mia madre, le lucine dell’albero che illumina il salotto, gli addobbi in giro per casa, quelli che il nuovo cane, ancora troppo piccolo per non trovarli appetibili, mangerà, straccerà e metterà in bocca portandoli in giro come trofei.
Mi dispiace solo che non ci siano più certe pubblicità.
Recidiva
Non c’è niente da fare.
Ci sono quelle scene di film o telefilm che su di te avranno per sempre lo stesso effetto, metti che sia la decima volta che le rivedi, sai già come va a finire e sai già cosa diranno o faranno ma continuerai a stupirti, impaurirti, commuoverti o ridere.
Un po’ come quando ti capita di rivedere la scena dell’iceberg di Titanic (solo la scena, non ho più il fegato per guardare tutto il film), sai come va a finire ma è sempre un piccolo shock quando succede, speri sempre che la nave riesca a dribblare il ghiaccio. Insomma, cosa ci voleva?! E tu, Rose, su quel pezzo di legno potevate starci benissimo in due, senza che Jack crepasse congelato.
Comunque, non so quale sia la vostra, ma io non ho speranze: continuerò sempre a commuovermi guardando Chandler chiedere a Monica di sposarlo.
E sì, diciamocela tutta: continuerò anche a ridere guardando certe scene di Aldo Giovanni e Giacomo.
Il buco con la menta intorno
Ho riscoperto le Polo.
Non compravo le Polo da almeno 10 anni. Forse di più.
Le Polo sono come il Labello, è la confezione che mi frega, irresistibile, e sono come le TicTac all’arancia o le Galatine, ne mangi una e nel giro di un’ora hai finito il pacchetto.
Ma mi ero dimenticata del classico problema delle Polo: le apri e si spaccano automaticamente in mille pezzi.
Da denuncia
Mia madre non mi ha mai fatto mangiare schifezze da piccola.
Un tegolino era un evento, la cioccolata delle uova di Pasqua le nascondeva in alto in cucina dove né io né mio fratello osavamo addentrarci, la Nutella l’ho assaggiata solo da grande e se mangiavo delle patatine fritte fuori casa era come cercare di nascondere di aver fumato una sigaretta.
Le merende degli altri bambini erano sempre sostanziose, e per sostanziose intendo piene di calorie, quindi buone; la mia consisteva in un sandwich con prosciutto cotto.
Questo quando mi andava bene, perché mi sono appena ricordata dei panini con burro e pasta d’acciughe che mi fece quell’estate ai campi solari.
Se solo mi immagino l’espressione che mi dipinse il volto quando me ne accorsi…non so se ridere o piangere.
Il passato che ritorna
E’ incredibile, nonché scientificamente provato, come, dopo anni, la sigla del Tg5 della mattina possa svegliarmi in neanche cinque secondi, cosa che nemmeno una sveglia direttamente nell’orecchio può fare così velocemente.
Immediatamente, appena sento anche solo questo, scatto in piedi pronta a fare tutto in cinque minuti, che sennò perdo l’autobus, sennò non trovo parcheggio, sennò non ho tempo di copiare matematica prima che inizi l’ora, sennò arrivo in ritardo e il prof si incazza.
Per fortuna dopo poco mi rendo conto che non devo per forza andare in cucina, sbavare dal sonno sopra il caffè girando compulsivamente il cucchiaino, con mia madre che mi chiede che materie ho oggi o quando torno, e mi sento molto meglio.
Secondo me il liceo fa male.
Traumi infantili
Io vivo in uno stato perenne di ansia.
Per qualsiasi cosa, c’ho l’ansia.
Non la do a vedere, cerco di mantenere sempre la calma, con chiunque, per una questione di dignità e di orgoglio, mentre sono in silenzio e magari sembro mezza addormentata in realtà dentro di me c’è il panico: immaginatevi una scena dove gli omini di Esplorando il corpo umano corrono impazziti senza meta sbraitando con la stessa faccia dell’urlo di Munch.
Ho reso l’idea?
Se eliminiamo la fobia degli insetti, che mi procura piccoli attacchi di cuore ogni volta che si avvicinano, insieme alla paura che agli altri succeda qualcosa e il conseguente pensiero di qualsiasi tipo di catastrofe possibile (incidenti aerei, in moto, in macchina, in bici, col triciclo, malattie improvvise, cadute, scippi, rapimenti, rapine, maratone Uomini&Donne), uno dei problemi principali è che soffro di una claustrofobia lancinante, al solo pensiero, per esempio, di stare chiusa in una tenda a dormire mi manca l’aria.
C’è un bagno, nella cantina di casa mia, senza finestre: io non ci sono mai entrata; se penso che lo stare su un’isola, anche se grandissima, comporta non avere un contatto diretto con la “terra ferma” potrei impazzire; quando vado in metropolitana cerco di non pensare al fatto di essere sottoterra così come negli ascensori, esorcizzando ogni volta con “adesso si blocca e crepo dall’ansia” (esorcizzo pensando al peggio); l’albergo a Parigi era in un grattacielo, quindi senza finestre che si aprono: tutte le volte che improvvisamente me ne rendevo conto, dovevo uscire ad immagazzinare un po’ d’aria.
Per non parlare di quando, in aereo, mi sono resa conto che eravamo chiusi in un coso oblungo senza possibilità di uscire; se penso che da piccola sopportai 14 ore di aereo per andare in Cina mi sento mancare.
Tutto questo fischiettando, facendo finta di niente, come se tutto filasse liscio come l’olio.
Chi, io? Preoccupata per qualcosa? Ma quando mai, sono la persona più tranquilla del mondo.
Credo, comunque, che il trauma della claustrofobia risalga a quella volta che da piccola rimasi intrappolata nella casa degli specchi e non uscii finché mia madre non mi trovò, tra le urla e i singhiozzi.
La casa degli specchi è uno strumento di tortura, e potete dire quello che volete, ma questo non me lo leverà mai nessuno dalla testa.
Nemmeno il tagadà mi metteva così paura.
Però la canzoncina rimane
Con tutta la passione che posso avere per le pubblicità vintage, non sarà il caso di abbandonare definitivamente la pubblicità del 1802 della cedrata Tassoni che va ancora in onda?
Sono sopravvissuti in due: la cedrata Tassoni e il pennello cinghiale.
Considerando che un pennello non va mai fuori moda (…), c’è ancora qualcuno che beve la cedrata?
“Per voi e per gli amici, Tassoni“.
Ma io mi ci vedo proprio, ad invitare a casa qualcuno e dire “vuoi qualcosa? Non so, una cedrata Tassoni?”.











