Gli stereotipi da concerto
Badate bene, io ho delle regole precise nella mia testa da seguire: mai andare da sola dal McDonald, al cinema, e ad un concerto; è oggettivamente di una tristezza inaudita, ma son degli ostacoli che prima o poi dovrò superare.
Sulle prime due ci sto lavorando, la terza regola è stata completamente infranta qualche giorno fa quando sono stata per la prima volta ad un concerto da sola.
Sola, non mi ha accompagnata nessuno, ho lasciato l’ombrello in albergo e ho sfidato le intemperie, il freddo, l’acqua gelida, lo stare in piedi sotto la pioggia per tre ore ma sopratutto, non avendo nessuno con cui scambiare due parole, ho osservato molto.
Ho osservato gli stereotipi da concerto e mi sono accorta che il gruppo che spicca sopra gli altri è il gruppetto di ragazzine, che trovi da ogni parte (magari non al concerto dei Pooh, ecco)(ma non sono sicura, sono un virus che si diffonde rapidamente).
Dico ragazzine non a caso, ci sono anche gruppi di donne un po’ più adulte (che tutto è relativo, in quel caso adulta ero io, a 26 anni) ma non si comportano nello stesso modo: nel secondo, dopo i primi tempi di eccitazione vige un rigoroso silenzio per non finire a bestemmiare sul freddo o sul caldo che fa.
Perché s’invecchia e il gelo ti entra nelle ossa e sei vecchia e non c’hai voglia di cantare. Ho detto vecchia? Esatto, vecchia. Dentro.
Ora, lo sapete anche voi che l’attesa di un concerto snerva in un modo esasperante, in qualsiasi periodo dell’anno; dopo un po’ che sei lì in piedi al gelo o a cuocere a fuoco lento seduta sull’asfalto passi il tempo a pensare a nuovi e divertenti modi per ucciderti.
Passa qualche ora e cominci ad immedesimarti in un serial killer di massa, cominci a stimare e comprendere quelli che entrano nei supermercati affollati e sparano a vuoto ‘ndo cojo cojo basta che crepi, inizi ad osservare gli altri con sguardo truce, brontoli e borbotti e commenti inacidita sottovoce qualsiasi cosa succeda intorno a te.
Cos’è che fa scattare questo meccanismo di distruzione? Loro. Le ragazzine.
Già un esemplare singolo si fa fatica a digerire, con la sua vocina acuta e i suoi “cioè”, e i suoi “tipo” e i suoi discorsi sul compito di latino e di matematica, se poi la moltiplichi per cinque ti ritrovi accanto un branco di lagne che non-smettono-di-parlare-nemmeno-per-un-secondo.
Nemmeno per sbaglio, nemmeno per bere o mangiare, perché non bevono, non mangiano, sono dei cyborg, non hanno bisogno di niente per vivere e trovano la forza nel cicaleccio continuo, sotto un sole cocente o sotto la pioggia gelata, niente le ferma.
E cantano, e parlano della scuola, e commentano ogni sciocchezza e ridono per qualsiasi cosa, e ti scrutano da capo a piedi come se fossero direttrici di Vogue sta ceppa in trasferta, e appena sentono un rumore di batteria o di chitarra emettono suoni che stordiscono cani nel raggio di dieci km, e non-smettono-di-parlare-nemmemo-per-un-secondo.
Se il concerto è in un locale, poi, la possibilità di disperdersi diminuisce ancora di più e c’è la terrificante probabilità di ritrovartele anche dentro, a due passi dal tuo naso e sopratutto dalle tue povere orecchie.
Se è possibile l’attesa all’interno del locale/stadio è ancora più snervante, perché ormai sei lì, sei finalmente dentro ad un passo dal tuo obiettivo ma devi sopportare altre ore, con i gruppi di apertura che sai già non sopporterai e ancora queste zozze che non-smettono-di-parlare-nemmeno-per-un-secondo.
Ed è una volta dentro che il gruppetto si differenzia dal resto: a quel punto, quando ognuno è al suo posto e non c’è bisogno di saltarsi addosso, invadono il tuo spazio privato con balletti e coreografie improvvisate.
Perché? Davvero, PERCHE’? Non siete stanche? Capisco che siete giovani e le pile vi si consumano meno lentamente delle mie che sono un proverbiale catorcio semi-movente, ma dove la trovate la forza? Perché siete così crudeli con persone che devono obbligatoriamente trovare le energie per andare avanti ancora quattro ore e non svenire nelle braccia sudate del primo hooligan che si trova dalle parti?
Ma voi no, vi prendete per mano e cantate ed ondeggiate e mi sbattete contro altra gente e mi spiaccicate contro la transenna – perché il prezzo da pagare per essere in prima fila è quello di perdere automaticamente un rene – e ancora non c’è nessuno sul palco, l’unico suono è il brusio della gente, gli strumenti sono coperti e non ci sono nemmeno le luci accese ma voi avete le allucinazioni uditive e vi muovete come villi intestinali.
E in quel momento pensi che appena lo spettacolo comincerà chissà come diventeranno, queste, chissà l’inferno che mi faranno passare ma quando poi comincia cosa fanno? Semplice: biascicano qualche parola di canzoni qua e là e passano il tempo a smanettare col cellulare per dire al best friend forever che sono al concerto dei Tizi della canzone del coso del video coso.
Vi odio.
Mi fate rimpiangere la famiglia di cinquantenni che accompagnavano i figli al concerto dei Coldplay, che mi chiesero gentilmente se potevo mettermi seduta perché non ci vedevano.
ps. questo post è dedicato a quelle cinque stronze che mi hanno procurato uno dei peggiori mal di testa mai avuti in vita mia.












ME L’HAI APPENA DETTO