It’s all Lost
E’ ora di basta.
Voi - premesso che ci sia qualcuno all’ascolto - disgraziati infami che come me state guardando la quinta stagione di Lost e, sopratutto, siete ancora vivi, voi che ogni settimana scaricate la nuova puntata e la guardate bestemmiando, voi che siete rimasti sorpresi guardando Sawyer con i capelli finalmente puliti, che non vi aspettavate - o forse sì - che Widmore fosse il padre di Faraday, che speravate che Linus morisse sotto i pugni di Desmond, che siete stufi della faccia perennemente stupita di Jack e quella perennemente incazzata di Kate, voi che non sopportate più che Locke faccia lo sborone a destra e a manca.
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Aiutatemi a fare mente locale, non ci sto capendo più niente.
Sono ben accetti riassunti, supposizioni, teorie, invettive e maledizioni purché si arrivi ad una conclusione.
Prima o poi ritornano
Io non sono mai andata a ballare, nemmeno quando hai quell’età dove andarci le domeniche pomeriggio non è da sfigati, e l’unica volta che ho messo piede in una vera e propria discoteca sono tornata talmente stordita dal casino da crollare per terra addormentandomi all’istante e ancora vestita.
Però ho sempre avuto intorno gente non vecchia dentro come me che considera ballare in una stanza con l’inquinamento acustico a dei livelli inauditi una forma di divertimento, quindi un minimo di cultura su musica da discoteca ce l’ho (son cose da scrivere in un curriculum eh), sopratutto, anzi, solo anni novanta.
E ce l’ho per osmosi non per mia volontà, perché ho subito per anni quelle classiche feste che fai a turno a casa dei tuoi compagni di classe dove sentivi solo quel tipo di musica, dove se tentavi anche solo di ipotizzare un ascolto alternativo venivi mandata a cagare seduta stante.
Ma torniamo ai giorni nostri: tu te ne stai a tavola che mangi beata, senza problemi, senza pensieri, quei venti minuti di pace in cui l’unico sforzo che devi fare è aprire bocca e masticare, quando ad un certo punto senti una musica che non ti sembra nuova e girandoti di sfuggita verso la televisione vedi una donna in mutande e reggiseno che si muove combattendo forti folate di vento.
Te ne sbatti l’anima, ma c’è qualcosa che non ti torna, e non è l’ennesima banalissima pubblicità di Intimissimi a catturare la tua attenzione, ma è piuttosto la musica, un testo già risentito, una vaga melodia in lontananza che ti accende la lampadina di una rabbia repressa per anni.
E a quel punto, con la forchetta a metà strada tra il piatto e la bocca, giri lentamente il collo verso il televisore per avere una conferma ma al tempo stesso sperando di esserti sbagliata.
Quella canzone non è altro che una versione riveduta, ma non per questo meno nauseante, della celeberrima (…) “L’amour Toujours” di Gigi D’Agostino, mia eterna nemesi; qui non stiamo parlando di un classico d’eccellenza del genere ma di una delle canzoni più trapananti e fastidiose degli ultimi…venti anni?
Nemmeno Gam Gam mi infestidiva così tanto, ma - esagero - nemmeno i Venga Boys, nemmeno l’ “eeeeeh” depositato alla Siae di Tiziano Ferro.
EeEeEeEeeeeh*.
*(0.25)
Disgustorama
Al limite del sopportabile
Se sento un’altra volta parlare, cantare, cinguettare, saltellare e fare la demente quella rincitrullita di Arisa giuro che la mando a calci nel culo nelle favelas brasiliane a spacciare droga, lei e il suo naso che fa provincia.











