Le persone più perspicaci (non c’è nemmeno bisogno di scomodare l’intelligenza) sanno che quando generalizzo lo faccio per estremizzare, per far diventare alcune situazioni volutamente ridicole, per esorcizzare luoghi comuni; dalla mia bocca, ad esempio, non è mai uscita seriamente la frase “l’Italia è un paese di merda”, anzi, giusto qualche giorno fa mi sono ritrovata a parlare con una persona sulle abitudini a tavola dei vari popoli e ho pensato che per certe cose, per quanto futili e per quanto possano alimentare odiosi stereotipi all’estero, noi italiani siamo un passo avanti.
Putroppo poi capitano cose che ti fanno vacillare un attimo, che fanno traballare le poche sicurezze che hai nella vita, una fra tutte, quella di non essere una delle persone che si lamentano dell’Italia, che fa schifo, che è una palude, che è un paese di vecchi, un paese di musei e monumenti e niente più e poi cosa fanno? Pensano bene di andarsene, lamentarsi ma lavarsene le mani, tanto che me ne frega, io decido di rifarmi un’altra vita, in un altro paese dove tra dieci anni mi lamenterò delle stesse cose.
Niente poteva farmi titubare di questo punto fermo nella mia vita, niente poteva farmi venire la voglia improvvisa di cambiare cittadinanza e andarmene a coltivare patate in Bolivia, se non questo.
Ora. Analizziamo la cosa a mente fredda, non facciamoci prendere dall’istinto omicida/suicida che se volete è immotivato: non consideri Sanremo come un’istituzione nel campo musicale, non sapevi nemmeno iniziasse questa settimana e avrai visto in tutto dieci minuti, vedi il Festival come un modo per riciclare denaro e speculare su argomenti che in Italia fanno il solito polverone, consideri le canzoni in gara degli errori grammaticali in – pessima – musica, quindi che te ne frega. Giusto?
No.
Sorvoliamo – ma anche no – sul fatto di mettere Marco Carta direttamente tra i “big” della musica italiana e non in terza classe tra “dolore e spavento“, che Al Bano e Fausto Leali saranno pure due triceratopi, ma vedersi sullo stesso piano di questo bacillo con la cresta deve essere snervante; se tra di voi c’è qualcuno che ancora non sa chi sia Marco Carta, o almeno il suo iter “professionale” (haha), non c’è problema, son qua per questo: Marco Carta è uno spocchioso, superbo, arrogante e falso modesto gracchiatore di parole su note musicali (cantante mi pare sinceramente un azzardo) “scoperto” da Maria De Filippi, che, poraccia, c’avrà pure le sue colpe come tutti, ma che ne sapeva lei?
Marco Carta è stato un concorrente di Amici giustamente perseguitato per le sue inesistenti capacità canore, anzi, senza andare troppo in là, per le sue inesistenti capacità oratorie, per l’inesistente capacità di mettere insieme delle parole in una frase di senso compiuto con una dizione accettabile che non fossero storie su complotti contro di lui e la sua immensa bravura, la Loggia P2 e i Templari che segretamente tramano contro di lui per non farlo arrivare in cima al mondo.
L’aspetto ancora più urticante della situazione è alimentare la convinzione di questo galletto ValleSpluga di essere un vero talento, di essere arrivato, di essere l’eletto; la vincita di Marco Carta dimostra alle migliaia di ragazzine che sono state davanti al televisore per votarlo – e ai migliaia di ragazzini che stanno insieme a queste ragazzine – che, per l’ennesima volta, non importa avere un barlume, anche fioco, di talento per raggiungere un determinato stock di obiettivi (prima Amici, poi Sanremo, a settembre vince Miss Italia, ci butto giù un centone), basta una faccia di culo, una buona dose di esibizionismo, zero pudore e una telecamera.
Ma, direte voi – i più perspicaci, ricordiamocelo -, mi cadi su questi luoghi comuni, ed è vero, lo sono, ed è anche vero che le altre due alternative alla vittoria, Povia e Mister Mandarino (chiamato così per il semplice motivo che non ho la più pallida idea di chi cacchio sia sto tizio abbronzato uscito dal nulla), non erano delle migliori e a questo punto mi si manda in confusione, forse Marco Carta era il male minore?
Forse era più pericoloso un Povia, con una canzone scritta per strumentalizzare argomenti molto più impegnativi di quello che un semplice Sanremo possa sopportare? Una canzone finto rap, su come un tizio era gay, nel senso che adesso è sano, si è curato. Bravi, bell’esempio. Io metterei su delle associazioni di bambini, piccioni e gay uniti per fargli causa, tra parentesi.
Oppure era più pericoloso un Mister Mandarino, che da quanto ho capito nella sua memorabile interpretazione c’è lo zampino dell’onnipresente Gigi D’Alessio?
Non lo so, sono confusa.
Poi ripasso mentalmente la straordinaria esibizione del microbo ricordandomi anche l’intenso testo della struggente canzone che, nel bene o nel male, per un anno ci rappresenterà musicalmente nel mondo: “ed è un bacio ad acqua salata che ancora più sete di te mi dà“.
…
Quindi scusa Al Bano, scusa Fausto Leali, scusa Iva Zanicchi, scusa Patty Pravo, scusa Pupo, non lo faccio più. Giuro. No, vi prego, non ve ne andate, non lasciateci con i Gemelli Diversi e Marco Carta, no, vi prego, facciamo i bravi, davvero, su di voi nemmeno una nuvola ma un pensiero stupendo e una zingara con un panino e un bicchiere di vino…a chi sorriderò se non a voi? Non andatevene…vi prego, no…no…per favore…sigh.
ME L’HAI APPENA DETTO