Americani 1 Italiani -10
Kung Fu Panda (o come lo chiamava un bambino fuori dal cinema Kong Pu ‘Anda) è un cartone divertente, così come lo era Madagascar, L’Era glaciale e Alla ricerca di Nemo.
Il fatto è che, se per doppiare il panda si è dovuti ricorrere a quel fagiolo lesso di Fabio Volo, a sto punto perché non il brio e l’espressività di Marzullo? Voglio dire, siamo lì eh.
Niente a che vedere con Jack Black.
Ma d’altronde, se vai al cinema con qualcuno che a malapena capisce l’italiano, cosa puoi pretendere?
ps. per la cronaca, nella sala praticamente quasi tutti adulti.
Il cimitero delle mollette
Il numero di mollette (o chiappini, come si dice dalle mie parti) che ti cadranno dal balcone mentre stendi i vestiti ad asciugare sarà inversamente proporzionale al numero di vestiti da appendere.
E’ una regola inscindibile.
E io sono quella che fa cadere come minimo una molletta, SEMPRE.
(”molletta” comunque è orribile)
Il passato che ritorna
E’ incredibile, nonché scientificamente provato, come, dopo anni, la sigla del Tg5 della mattina possa svegliarmi in neanche cinque secondi, cosa che nemmeno una sveglia direttamente nell’orecchio può fare così velocemente.
Immediatamente, appena sento anche solo questo, scatto in piedi pronta a fare tutto in cinque minuti, che sennò perdo l’autobus, sennò non trovo parcheggio, sennò non ho tempo di copiare matematica prima che inizi l’ora, sennò arrivo in ritardo e il prof si incazza.
Per fortuna dopo poco mi rendo conto che non devo per forza andare in cucina, sbavare dal sonno sopra il caffè girando compulsivamente il cucchiaino, con mia madre che mi chiede che materie ho oggi o quando torno, e mi sento molto meglio.
Secondo me il liceo fa male.
What else?
La catena Starbucks mi ha sempre incuriosito.
E’ importante notare come si è diffusa in tutto il mondo tranne qua in Italia (che io sappia, ma se c’è fatemelo sapere), per il semplice motivo che qua sappiamo come fare il caffè e ci rifiuteremmo di bere una melma nera in un bicchierone grosso quanto un boccale da birra.
E se entri in una delle mille “succursali” (anche se dicono che adesso sia in crisi) le persone ammassate al bancone ti fanno tenerezza, perché probabilmente credono davvero di bere caffè, e anche se, presi da una smania di snobbismo, ordinano un Espresso, non sanno com’è il vero Espresso (tranne George Clooney, forse), perché all’estero se chiedi un Espresso chiedi una versione mini di un caffè Starbucks, che fa comunque schifo.
Rimane il fatto che se vai in America, uno Starbucks equivale ad una tappa di viaggio al pari della Statua della Libertà o della Casa Bianca; Starbuks equivale all’America, se vuoi conoscere l’America devi andare almeno una volta da Starkbucks e ordinare un caffè.
Magari fallo mentre ridi e fai capire che si tratta di un esperimento a cui ti sottoponi e che farà comunque schifo, non dargli la soddisfazione di vedere che sei italiano e ti abbassi al loro livello.
Che poi il problema non sarebbe nemmeno quello, più che altro decidersi su quale tipo di caffè prendere: perché potresti scegliere un Tall Black Coffee, Tall Latte, Frappuccino (ma anche lì dovresti decidere quale), Pumpkin Spice Latte, Eggnog Latte, Caffè Verona (se vabbè) oppure potete sbizzarrirvi:
- White chocolate caramel macchiato with two sugars, extra caramel and whipped cream
- Half decaf, half breve, half nonfat grande, three and a half pump white mocha, two and a half pump peppermint no foam, double cupped, no sleeve, venti straw
- Iced venti six shot 2/3 half-caf, two and a half sugar, free cinnamon dolce, two and a half pump sugar free vanilla, one pump sugar free gingerbread, splash of 1% milk, light ice, light whip, with cinnamon dolce and nutmeg sprinkles iced coffee
….!?
Una bottiglia d’acqua, grazie.
Pensa se guardavo i Puffi
I sogni sono una parte fondamentale della mia vita.
E non parlo di sogni nel cassetto, o sogno di diventare velina, sogno di diventare benzinaio, sogno di spezzare le braccine alla Pellegrini, qui si parla di sogni concreti (che è una contraddizione in termini, ma fate finta che abbiate capito il senso), quelli che si fanno di notte, quelli che alcuni ricordano mentre altri non ne hanno memoria.
Io ne ho memoria, pure troppa e gli do talmente importanza che riescono ad influenzare l’umore di tutto il resto della giornata: se sogno che una persona che conosco si comporta male con me, il giorno dopo la tratterò malissimo senza dargli spiegazioni, perché sì.
Non mi limito ad uno per notte, di solito sono complicati, assurdi, senza spiegazioni apparenti, del tipo che uno psicanalista ci andrebbe a nozze; altri sono premonitori, il che ha portato molta gente che conosco a dirmi, almeno una volta nella loro vita, “non sognarmi mai”*; altri sono così simbolici che ci arriverebbe anche uno stolto, tipo quelli dove esci in pigiama o, come mi succede spesso ultimamente, sognare di guidare e improvvisamente non vederci più niente o perdermi in strade che un attimo prima conoscevo.
Non faccio molti sogni erotici, su questo Freud non ci si divertirebbe più di tanto; sogno uomini che conosco, ma difficilmente succede qualcosa di fisico; in generale funziona che, ovviamente, vedi qualcosa, qualcuno, leggi un libro, senti una parola o una canzone che ti rimane in mente, parli con tizio o caio, e la notte rivivi il momento sotto forme alternative.
Il fatto è che ieri mi sono vista tutta la quarta stagione di House in neanche mezza giornata.
…
La conseguenza è che, dopo il sogno che ho fatto, Hugh Laurie mi costringerà per forza di cose a virare verso l’amore saffico, visto che nessun uomo potrà competere con lui.
*sogno anche risultati di partire che 90 su 100 sono azzeccati, ma sempre troppo tardi per usarli a scopo di lucro. Qualcuno si prende gioco di me.
Fuwa
Le olimpiadi mi affascinano.
E’ l’unico momento in cui posso incazzarmi come una iena per un sette all’ultima freccia nella gara di tiro con l’arco, commuovermi per una medaglia d’oro di un italiano (tranne per la Pellegrini, simpatica come un’embolia) o insultare qualsiasi etnia ci preceda sul podio, con la classica frase “xxx di merda”, dove “xxx” sta per francesi, americani, tedeschi, giapponesi, ma in questo caso soprattutto cinesi.
Si diventa un po’ razzisti durante l’olimpiadi.
Sopratutto se si tratta di un’olimpiade truccata come questa (oh, l’ho detto).
Mi sono persa la cerimonia d’inizio, ostaggio di una persona che mi ha ingannato con la promessa di un pranzo quando in realtà sono tornata a casa alle sette di sera, ma mi sono rifatta guardando i balletti psichedelici delle mascotte.
Cinque cosi che sembrano usciti da una saga di Hello Kitty, o meglio ancora, da una serie di Power Rangers di pezza, che si muovevano in un modo isterico, mettendo su scenette da Bim Bum Bam cinese, uno dei quali (quello giallo) in preda a quello che posso solo definire uno stato di crisi mistica misto ad epilessia e bisogno impellente di correre in bagno.
D’altronde, le antilopi tibetane sono fatte un po’ così.
…
ps. le gare di badminton (fatica chiamarlo volano?), tra l’altro, sono state un ottimo antidoto contro l’insonnia.
Traumi infantili
Io vivo in uno stato perenne di ansia.
Per qualsiasi cosa, c’ho l’ansia.
Non la do a vedere, cerco di mantenere sempre la calma, con chiunque, per una questione di dignità e di orgoglio, mentre sono in silenzio e magari sembro mezza addormentata in realtà dentro di me c’è il panico: immaginatevi una scena dove gli omini di Esplorando il corpo umano corrono impazziti senza meta sbraitando con la stessa faccia dell’urlo di Munch.
Ho reso l’idea?
Se eliminiamo la fobia degli insetti, che mi procura piccoli attacchi di cuore ogni volta che si avvicinano, insieme alla paura che agli altri succeda qualcosa e il conseguente pensiero di qualsiasi tipo di catastrofe possibile (incidenti aerei, in moto, in macchina, in bici, col triciclo, malattie improvvise, cadute, scippi, rapimenti, rapine, maratone Uomini&Donne), uno dei problemi principali è che soffro di una claustrofobia lancinante, al solo pensiero, per esempio, di stare chiusa in una tenda a dormire mi manca l’aria.
C’è un bagno, nella cantina di casa mia, senza finestre: io non ci sono mai entrata; se penso che lo stare su un’isola, anche se grandissima, comporta non avere un contatto diretto con la “terra ferma” potrei impazzire; quando vado in metropolitana cerco di non pensare al fatto di essere sottoterra così come negli ascensori, esorcizzando ogni volta con “adesso si blocca e crepo dall’ansia” (esorcizzo pensando al peggio); l’albergo a Parigi era in un grattacielo, quindi senza finestre che si aprono: tutte le volte che improvvisamente me ne rendevo conto, dovevo uscire ad immagazzinare un po’ d’aria.
Per non parlare di quando, in aereo, mi sono resa conto che eravamo chiusi in un coso oblungo senza possibilità di uscire; se penso che da piccola sopportai 14 ore di aereo per andare in Cina mi sento mancare.
Tutto questo fischiettando, facendo finta di niente, come se tutto filasse liscio come l’olio.
Chi, io? Preoccupata per qualcosa? Ma quando mai, sono la persona più tranquilla del mondo.
Credo, comunque, che il trauma della claustrofobia risalga a quella volta che da piccola rimasi intrappolata nella casa degli specchi e non uscii finché mia madre non mi trovò, tra le urla e i singhiozzi.
La casa degli specchi è uno strumento di tortura, e potete dire quello che volete, ma questo non me lo leverà mai nessuno dalla testa.
Nemmeno il tagadà mi metteva così paura.
“Rap” suona meglio
Carissimi, si è finalmente raggiunto il limite.
Sapevate che Gwen Stefani era di nuovo incinta, no?
Difficile non notarlo, ultimamente le mancava giusto la scritta Goodyear sulla pancia (pora stella, si scherza eh, era pure più bella del solito, che vuoi di più).
Ieri ha dato alla luce il suo secondo cocomero, e (sperando che sia uno scherzo), udite udite, si chiama Zuma Nesta Rock.
ZUMA-NESTA-ROCK.
Rifaccio: ZUMA. NESTA. ROCK.
Allora.
Ho cercato “zuma”, giusto per vedere se c’era qualcuno con questo nome, e viene fuori che è il nome di un calciatore sudafricano; capite bene che ZUMA - NESTA, a questo punto assume dei toni esilaranti, ma per fortuna loro gli americani sono ignorantoni quando si parla di calcio (che noi di baseball sappiamo tutto eh), quindi non c’è pericolo che i bambini a scuola lo prendano in giro con cose tipo “Zuma passa a Nesta, Nesta crossa, Zuma, Nesta, di nuovo Zuma, ecco che si avvicina alla porta SCIABOLATA MORBIDA! MA NON VA!”.
ps. Holly, alla luce dei fatti, sicura che Portarotolo faccia così schifo?
Però la canzoncina rimane
Con tutta la passione che posso avere per le pubblicità vintage, non sarà il caso di abbandonare definitivamente la pubblicità del 1802 della cedrata Tassoni che va ancora in onda?
Sono sopravvissuti in due: la cedrata Tassoni e il pennello cinghiale.
Considerando che un pennello non va mai fuori moda (…), c’è ancora qualcuno che beve la cedrata?
“Per voi e per gli amici, Tassoni“.
Ma io mi ci vedo proprio, ad invitare a casa qualcuno e dire “vuoi qualcosa? Non so, una cedrata Tassoni?”.
Appunti di viaggio
(Attenzione: in questo post si generalizza. Non si accetteranno commenti del tipo “sì però non tutti sono così e blabla” perché che palle, eh)
- Parigi è bella, molto bella, direi perfetta, ma non nel senso positivo del termine. E’ troppo perfetta, praticamente finta, una città fatta apposta per i turisti e per niente vissuta. Tutto ricorda lo stereotipo che ti sei fatto in testa della Francia, le baguette sotto braccio, i piccoli café con i tavolini per strada, fiori e fiorellini dovunque, tutto pulito, tutto ordinato, i francesi che urlano “ullallà” e tutti i luoghi comuni del genere che vi possano venire in mente. Non fraintendetemi, sono rimasta spesso a bocca aperta, il fatto è che Parigi è una cartolina, bella, ma di carta.
- Detto questo, ho rischiato più volte di svenire dall’emozione davanti ai quadri di Monet.
- Troppe parigine si sentono investite del ruolo di abitanti della capitale della moda, così tanto da vestirsi in modi che definire pagliacceschi significa fare un complimento, ma, ça va sans dire, siamo a Parigi, siamo parigine, siamo fighe, noi possiamo. Come si dice vaffanculo in francese?
- Tra l’altro, pare che i francesi vogliono uscire dall’Europa. Quella è la porta, tante belle cose.
- Dopo i luoghi comuni su Parigi, anche quelli sui francesi non deludono le aspettative: i francesi sono dei boriosi megalomani che si rifiutano di parlare inglese, alcuni per niente, altri limitandosi alle frasi più comuni (two croissant), se vai oltre cominciano a scuotere la testa sorridendo “ne comprende pas”. Tua sorella. Se sei tu a dire che non capisci, loro non si fanno problemi, continuano a parlare francese, velocissimo, in chissà quale dialetto e forma, in modo da depistarti completamente e guardarti come se fossi un piccolo deficiente. I francesi passano da due estremi: o sono arroganti (e credetemi, ho ricevuto risposte da persone che dovrebbero lavorare per il cosiddetto cliente che ha sempre ragione che avrebbero fatto perdere la pazienza al Dalai Lama) o sono eccessivamente gentili, apprensivi, cerimoniosi, bonjour, bonsoir, bonne soirée, bonne nuit, potrebbero risponderti merci anche dopo un calcio nella schiena.
- Quando, oh, quando, gli italiani la smetteranno di applaudire quando l’aereo atterra? Non fraintendetemi, anch’io son felice di non essermi schiantata sulle Alpi (che sull’aereo c’ho passato la mia infanzia e un po’ di adolescenza ma dopo Lost non ero così sicura come al solito), ma insomma, è il lavoro del pilota, non è che ogni volta che mia madre prepara da mangiare io alla fine batto le mani. Perché dobbiamo farci sempre riconoscere?
- A proposito di riconoscere, è incredibile quanto gli italiani siano immediatamente riconoscibili all’estero. Sarà come ci vestiamo (punto a nostro favore, perché tutto il resto del mondo non sa vestirsi, diciamoci la verità), sarà come camminiamo, sarà che non abbiamo i sandali con i calzini bianchi, fatto sta che se incontri un italiano questo ti parlerà immediatamente perché sa, senza chiederlo, che anche tu lo sei.
- A riguardo, l’ennesima riprova che i francesi non sono tanto svegli è il fatto che per loro siamo tutti spagnoli.
- Per una sconosciuta legge divina, probabilmente una punizione divina, dato un qualsiasi mezzo di trasporto, supponendo di dover passare su questo mezzo più di un’ora, la presenza intorno alla sottoscritta di bambini rompicoglioni che chiedono “ma questo aereo non cade mai?” (con tutte le varianti terroristiche del caso, dirottamenti, bombe e quant’altro), che urlano e danno calci al sedile davanti sarà molto elevata, azzardando una probabilità del 100%.
- Ho lasciato cinque centesimi sulla tomba di Sartre.
- Ho visto giapponesi fotografare tombini, piccioni, foglie, cestini della spazzatura, negozi di Louis Vuitton (eh, patrimonio culturale), taxi, baguette ripiene di tonno e qualsiasi baggianata passasse sotto i loro occhi, ma farsi fotografare con altre persone sconosciute, quello mi mancava. Lo so per certo perché queste persone sconosciute erano accanto a me, mentre due tizie uscite da un manga e ricoperte di trine che non facevano altro che ridere e saltellare si sono avvicinate e hanno chiesto “scusate, possiamo farci la foto con voi?” e gli altri “oh sì certo”, certo, a quel punto cosa gli dici chi cazzo ti conosce ma lèvati? Le è andata bene che non l’ha chiesto a me.
Comunque, io il cellulare sull’aereo l’ho sempre lasciato acceso.
Ooops.
Lasciate un messaggio dopo il bip
Il blog si concede una vacanza. Cioè, io me la concedo.
Ci sentiremo verso il 20 agosto, a meno che l’aereo non cada.
A quel punto penso di no, non so se sarò in grado di aggiornare.
Al massimo se non mi vedete più saprete perché.
Anche perché se cade un aereo lo diranno al telegiornale no?
A quel punto fate due più due.
Ma anche un sette per otto può andare bene.
Ha-ha.
….

Minacce esterne non calcolate
Io odio i matrimoni.
Non l’idea dell’unione per-tutta-la-vita, ma proprio la cerimonia in sé, il vestito, la chiesa, i capelli in posa tutto il giorno e guai se ti sciupano, il trucco, le foto, la cena/il pranzo, i finti sorrisi, far finta di conoscere tutti i parenti e far finta di fregarsene della loro presenza quando al massimo ti importa giusto del regalo, ma per partito preso neanche di quello.
Da non trascurare, poi, l’enorme spreco di soldi che comporta un’inutile cerimonia del genere.
Va bene, è un giorno importante, son d’accordo, capita una volta sola (in teoria, si spera) ma non vedo scritto da nessuna parte che io debba sopportare mezza giornata in un vestito che non metterò più (e provate a contraddirmi su questo), sorbirmi il pippone di un prete che mi rifila una sequela di luoghi comuni che io farò finta di non sentire perché totalmente miscredente, sapere che dietro di me ci sono un tot di parenti che aspettano solo un mio passo falso (tipo dire il nome sbagliato) e l’altro tot che passerà tutto il tempo a spettegolare sul mio vestito, sui miei capelli, sul trucco, sul vestito di lui, su questo e su quest’altro.
Senza contare che, dopo “…finché morte non vi separi“, mi sono sempre immaginata di dire al mio futuro marito “toccati le palle va”.
La mia idea di matrimonio è questa: il mio vestito consiste in un paio di jeans e qualcosa di comodo, contornato dal mio bel paio di All Star bianche (vedete? A mio modo sono tradizionalista), in alternativa ballerine, se proprio mia madre deve scassarmi perché sono la solita.
L’eventuale disgraziato che deciderà di sposarmi ha solo tre limiti: non venire in mutande, no, non venire neanche in pigiama e non sembrare uno straccione, per favore. Il resto è a sua discrezione.
Il tutto avverrà in comune, rigorosamente d’inverno e non accetto ma, se, però, col cazzo, con il minimo sindacale di persone intorno, quelle necessarie e quelle che se non ci sono si offendono (cosa che succede in tutti i matrimoni), nel giro di poco siamo fuori, un anello io un anello tu, bon, siamo pari.
A quel punto che si fa?
La tentazione sarebbe quella di girarsi e dire “oh, noi il nostro l’abbiamo fatto, fate un po’ come vi pare”, ma mi rendo conto che ci siano delle linee guida da seguire, e partendo dal presupposto che io non starò mai, e sottolineo e lo corsivo pure, mai, ore e ore seduta ad un tavolo aspettando tre secoli per il piatto più stupido del mondo, opterò per la soluzione adottata anche dai miei: niente pranzo o cena, solo un rinfresco (notare come non abbia usato la parola “buffet”), mangiate quello che vi pare, anzi, finitelo pure, che non voglio avanzi, basta che sia una cosa veloce.
Finita tutta la pantomima, superato anche il problema foto, che non so come risolverò (probabilmente farò corna e smorfie, nella migliore delle tradizioni), il passo successivo è molto semplice: caricare le valigie già pronte e partire per il viaggio di nozze.
E tutti vissero felici, contenti e con molti, molti, ma molti soldi in più in tasca.
Non mi sono mai posta il problema di uno scenario alternativo, poiché non sposerò mai nessuno che la pensa diversamente da me (che non si tratta del matrimonio, ma di un discorso molto più ampio), ma non ho mai messo in conto l’ipotesi di una cara amica che si sposa, cara amica che non la pensa esattamente come me, anzi.
Dopo tutto questo, la frase ovviamente tu sei invitata a tutto, prima della chiesa, chiesa, cena, dopo cena…, secondo voi, quanto mi può suonare minacciosa?
Sorvoliamo sul fatto che, se per caso le viene in mente di chiedermi di farle da testimone, mi pare brutto inventarle che mi è venuto il raffreddore e non posso, metti che mi prende un attacco di starnuti durante la cerimonia.
Promemoria #1
Ascoltare musica a tutto volume in macchina non impedisce a mia madre di rompermi le palle con pettegolezzi su tutto il paese contornati da luoghi comuni da far invidia a Forum.
Ricordarsi che la suddetta non coglie il sottile reclamo e che l’inquinamento acustico non funziona.











