Confessioni di Una Mente Dubbiosa

E non in Italia eh, strano

Gennaio 31, 2008 - In: Ma che davero?, Ma vaffanculo, Tv - Commenti(9)

Poche cose riescono a sconvolgermi, e non perché sia fatta di marmo o perché ne abbia viste tante, ma perché è così, punto (questa è, se non ve ne siete accorti, una spiegazione scientifica)(ignoranti); rimanere sconvolta da una notizia mi succede raramente, ma, vuoi che è morto Heath Ledger, vuoi che ora negli asili in Inghilterra non si può dire “mamma” e neanche “papà” perché è antigay, succede che ultimamente mi capiti spesso rispetto alla media.
Con tutte le buone intenzioni e senza nessun briciolo di polemica, vietare ai bambini dell’asilo di sentire le parole “mamma” o “papà” perché può offendere i gay mi pare una delle più grosse stronzate mai sentite in vita mia. 
Al di là del fatto che un gay che si offende per una cosa del genere è una persona con dei gravi problemi a prescindere dai gusti sessuali, e, con tutta la speranza che nutro nel genere umano, non credo ne esista anche solo uno, vorrei avere davanti il genio che se n’è uscito con la cazzata del secolo, voglio vedere che faccia ha.
Ma guardiamola da un’altra prospettiva: se si prende come presupposto di base che anche un gay può essere genitore, non vedo dove stia il problema. Può succedere che un bambino abbia due madri o due padri, a quel punto il dilemma etico raggiungerebbe proporzioni disastrose.
Come deve fare un bambino, esce da scuola e tutto felice urla “evviva, la mia coppia di fatto mi sta aspettando al cancello“?
Ma guardiamola anche da un’altra prospettiva: in effetti, è vero, quando sento la parola “preservativo” un po’ mi offendo perché io non posso fisicamente indossarlo. E sono fermamente convinta che sia lo stesso per voi uomini, con un tampax, ad esempio. O un reggiseno.
Scommetto che se dico “assorbente” vi incazzate come delle iene. Con tutte le ragioni di questo mondo, s’intende, voi poveri uomini emarginati dalla legge senza un dannato utero.
Ma guardiamola anche da un’altra prospettiva: io ogni tanto mi incazzo perché mi chiamo Monica invece di, che so, Clotilde. Se sento gridare per strada un nome che non è il mio, c’è il rischio che tutto finisca in una pozza di sangue. Che quando mi offendo mi offendo e non ce n’è per nessuno.

Le mie povere orecchie

Gennaio 31, 2008 - In: Pubblicità, Stavo meglio prima, Tv - Commenti(7)

Che le pubblicità delle suonerie per cellulari stessero prendendo una brutta piega era ormai assodato: adesso non ci si limita più a squallide ed improbabili cover di canzoni, che mi domando io chi ancora ci casca in una trovata subdola del genere, ma si sono spinti più in là da un po’, con versi di animali, cani, gatti, bambini che piangono o ridono, o che con le loro vocine soavi, magari fatte da una quarantenne con un certo talento, ti dicono “ti suona il cellulare“.
Da un po’ di tempo si è passati anche a funzioni corporali, rutti e quanto altro di disponibile il nostro corpo può regalarci, sciacquoni e suoni inverosimili.
L’altro giorno ho visto una nuova pubblicità (e spero di non essere l’unica): un topo che, sulle note di “Sole cuore amore”, che sarebbe già condannabile di per sé, canta “non ti lascio sola, bella topolona, mamma mia quanto sei bona“.

Se c’è anche solo una persona, me ne basta una, che ha scaricato (e quindi speso soldi) per una schifezza del genere, la voglio qui, e non mi prendo la responsabilità di quello che potrebbe succedere.

ps. l’annessa pubblicità occulta del gorgonzola “bella topolona” ancora non ho capito se è voluta o meno.

“Calmo” è un parolone

Gennaio 30, 2008 - In: Cinema, Stavo meglio prima, Vedo cose - Commenti(9)

No, a me la scena di Moretti che fa sesso con Isabella Ferrari nel film Caos Calmo mette i brividi.
E’ come vedere un prete che fa sesso.
No, che schifo, volevo leggere il libro ma non riesco a togliermi di testa l’immagine. Non lo leggo più.
Ecco *sbatte i piedi e mette il broncio*.

La modernizzazione

Gennaio 28, 2008 - In: Leggo cose, Ma che davero? - Commenti(12)

Sono ore che ci penso, ma con tutta la buona volontà, ancora non ho capito perché invitare Coolio al carnevale di Venezia. Cos’è, tra tutti i rapper è quello più rappresentativo del carnevale? Davvero, che senso ha? E’ come se mi chiamassero per farmi presentare Sanremo.

Pù Purrì #11

E io oggi manco volevo postare

Che io non abbia tempo di leggere altro che il mio blog è risaputo.
Che io mi aggiri per blog americani di gossip è risaputo.
Che io oggi decidessi di leggerne uno a caso, così, dopo essermi detta “vediamo chi ha partorito o chi è morto” è un’eccezione.
Tutto mi sarei aspettata tranne che Heath Ledger fosse davvero
morto.
Non mi sarei aspettata neanche di rimanerci così male.
Sono a bocca aperta da dieci minuti, qualcuno venga a chiudermela, grazie.

Grande Fratello 8, un dovere più che un piacere

Gennaio 22, 2008 - In: Tv - Commenti(22)

Troppo facile parlare del Grande Fratello.
Mi è impossibile, per ovvi motivi logistici, fare un esame approfondito personaggio per personaggio, ma mi ero comunque detta che non avrei affrontato l’argomento come ho sempre fatto.
Così, pour parler, toh, c’è il GF8. Che poi, intendiamoci, io lo guardo perché mi diverte ma spesso una puntata intera mi annoia a morte; lo faccio per mia madre, che poi mi interroga e se non so le cose ci rimane male. Comunque sia, sembra che si ripetino gli stereotipi ogni anno.
Il figlio di papà che lavora nella fabbrichètta di famiglia che ha come obiettivo di vita imitare Berlusconi, camminare come Celentano e avere una paresi facciale costante. Con i guanti nel taschino del cappotto perché gli “ricorda molto la San Babila anni 70″, entra e dice “carina la locaaaation”, entra una donna e dice “rientri nel mio taaarget”. Fatto sta che è da ieri sera che lo imito e ho salutato mia madre al telefono con “tante belle coooose”.
La figa di turno che ha già avuto esperienze televisive, la classica veejay di Mtv, bionda e col ciuffo strategico. Da prendere a pallettoni da lontano, per eliminare il problema alla fonte.
Quest’anno c’è anche una famiglia. La famiglia qualcosa, non ricordo. La chiamerò, per semplificare, la Famiglia Barilla: del sud e portatori di luoghi comuni del sud. Arrivano con ceste di vino e cibo vario, urlano, saltano, abbracciano tutti come se fossero parenti, la moglie è in evidente stato di ebrezza e il marito è in evidente stato di deficienza. Tre figli, uno più mammone dell’altro, non vedo l’ora di arrivare al momento in cui si elimineranno a vicenda. Li odio, tutti.
Oltre alla famiglia, c’è il famigerato trans. Senza bisogno di Platinette che indaga fuori onda, si sa, Silvia prima si chiamava Silvio, ma adesso ha tutte le carte in regola, il coso non ce l’ha. E’ una donna. Nata da madre sudamericana e padre siciliano, residente a Gallarate (una via di mezzo insomma). La Marcuzzi, col solito buonismo, si affretta a precisare che Silvia non deve spiegare a nessuno la sua identità sessuale, che è una donna a tutti gli effetti. Nobile. Fatto sta che ha la voce di un baritono, o è un trans o una donna con una trachea distrutta. Spero solo che l’Italia non la faccia vincere per dimostrare di avere un cuore.
E in fatto di far vincere per dimostrare di essere United Colours of Italia, tra i tre concorrenti nella bolla vince Alì, che lascia a casa i quaranta ladroni ed entra con una laurea in ingegneria e con “io amo le donne”. Sono sempre stata convinta che un uomo che deve precisare ogni volta quanto ama le donne abbia qualche problema di autostima/virilità. Comunque sia, abbiamo pure il tizio che è nato a Beirut sotto le bombe, evviva l’integrazione.
Ad un certo punto entra anche la sosia di Afef. Gli uomini sbavano, il bauscia credeva che lei  fosse il trans (”scusa se ti guardo un po’ così, ma pensavo tu fossi la sorpresa…”), lei fa la civetta ma nessuno ancora sa che ha 18 anni ma ne dimostra 35.
Il mio preferito, Mauro, arriva un po’ sfavato, sì, son qua, bello, ma non facciamoci prendere dall’entusiasmo, non c’ha più voglia di fare il muratore tra i monti e le pecore e, una volta entrato, esordisce con “bello, sto profumo de legno”. Ti amo.
La dottoressa napoletana. Di giorno chirurgo, di notte zoccola. Un supereroe. Il bustier troppo stretto le impedisce di camminare in modo umano, per tutta la sera saltella e dice che vuole tornare a casa. E tornaci, quella è la porta. E ricordati il bustier.
La pugilessa. Fantastico, pure una pugilessa quest’anno. “Chi mena per primo mena du’ vorte”. Ah, la saggezza popolare. Un incrocio con frontale tra Floriana e Milo, una delle donne più brutte mai viste sulla faccia della terra. Se vince espatrio, che si sappia.
Una cosa che mi ha fatto molto ridere è la coppia che è stata divisa, lui entra, lei no. Imprevedibile proprio. Lui un giovanotto brasiliano con trecento denti, lei una sulla via dei quaranta che ha trovato carne giovane, ma attenzione, lei si fida. Brava. Fidati. Ognuno ha le illusioni che si merita. Mentre entra in casa qualcuno dice (non ricordo, forse l’omino del cervello di Ascanio) che sarà ovviamente triste per aver lasciato la moglie. Questo invece saltella, ride e non vede l’ora di togliersi dalle palle la vetusta. Che intanto piange. Oh, ma si fida ed è questo che conta.
Nadia. Nadia è Selvaggia Lucarelli. E mi piace, più che altro perché, se non ho visto male, c’ha due fianchi che fanno provincia, e finalmente porca zozza, una donna normale. Mia madre però sta perdendo colpi, quando le telefono per dirle “somiglia alla Lucarelli” lei mi risponde con “chiiiiiiiiiiiii?”. La vecchiaia.
Gianfilippo, invece, è l’emulo del Bauscia (che si chiama Roberto, ma ci son talmente tanti altri modi per chiamarlo che mi pare di sminuirlo col suo vero nome), solo più piccolo, meno abbronzato e meno in paresi facciale. Meno San Babila anni 70 insomma.
Poi, chi altro? Andrea, quello che a tempo perso fa il modello (certo, io a tempo perso faccio il presidente del consiglio, ad ognuno il suo), ma è tanto un bravo ragazzo uscito or ora da una delusione d’amore, e Teresa, il mezzo uomo, con un passato punk e una passata voglia di farsi suora. Non è mai troppo tardi.
Se non sbaglio, mi rimane solo il coatto di turno, Francesco. Questo Francesco è tutto quello che non voglio in un uomo, grosso, grezzo, che sembra nato con una spranga in mano e una lattina di birra nell’altra. Spero si sotterri da solo per vergogna, nel giardino finto. Che fa molto Cinecittà anni 2000.

Messaggi subliminali con muffa

Gennaio 21, 2008 - In: Ma vaffanculo, Pubblicità, Tv - Commenti(5)

Qui ci si preoccupa dell’emergenza rifiuti a Napoli ma il vero problema è un altro.
La pubblicità del
gorgonzola.
Ora, va bene che la tizia dice “gorgonzolaaaahhh” come se stesse facendo sesso al telefono, ma rispondere “ottima scelta…bella topolona” mi pare davvero troppo.
Ma al di là di tutto, ma che c’entra, poi? Perché “bella topolona”? Il gorgonzola si ricava dai topi per caso? Il messaggio qual è? Le strafighe mangiano gorgonzola, mangialo anche tu!
Perché in parlamento non si discute anche di queste cose?
Son problemi.

E alla fine non ho comprato niente, tiè

Gennaio 19, 2008 - In: Ma vaffanculo, Vita vissuta - Commenti(13)

Parliamoci chiaro: sette commesse in un negozio Calzedonia non sono altro che forza lavoro sprecata, manodopera buttata, braccia tolte all’agricoltura.
Non so perché, ma da Calzedonia io non entro mai proprio per quelle trecento arpie che girano in tondo come anime in pena aspettando di saltarti addosso; ci passi davanti, vedi qualcosa che ti piace, ma, non si sa perché, sembra che stiano tutte aspetttando te.
Ti osservano e comunicano telepaticamente tra di loro “eccola, sta entrando”.
Poi, voglio dire, un negozio Calzedonia è una stanzetta, non c’è bisogno di chissà quante commesse. Il lavoro di commessa è un lavoro duro, me ne rendo conto, soprattutto nei negozi di vestiti, ed è per questo che quando vedo una maglia piegata male o qualcosa fuori posto lo sistemo io, per non gravare più di tanto sulle spalle delle povere.

Per questo e perché mi dà ai nervi, ma è un altro discorso.
Comunque sia, stimo la commessa di un negozio di vestiti, ha tutto il mio rispetto. C’è però un particolare: io vengo da te se ho una domanda, se ho bisogno di aiuto, se voglio sapere dov’è via taldeitali. Se non parlo, se non ti guardo, se non ti sorrido nemmeno, non c’è bisogno di dirmi “ha bisogno di qualcosa?”. Ti pare? Ho chiesto il tuo aiuto? Mi vedi in difficoltà? Sto annaspando tra le taglie? No, e allora gira il culo e torna alla cassa.
Ma per un negozio di vestiti, ripeto, ha più senso presentarsi con la faccia da culo più ipocrita di questo mondo e chiedere se si ha bisogno. Ti viene voglia di sputarle in un occhio, ma ha più senso.
Spiegatemi, invece, che senso ha piombare sull’ignara cliente da Calzedonia. Non vendete reattori nucleari, vedo solo calze e calzini, è un’impresa ardua ma posso cavarmela da sola, senza che mi stracci i coglioni appena entro, tu e le tue ventitre amiche che ti stanno intorno.
Nel momento stesso in cui me la sono ritrovata sul collo con il suo sorriso a mille denti ho maledetto il momento in cui ho deciso di rompere la tradizione ed entrare in quel negozio.
E come ci rimangono male poi quando rispondi “no, grazie, do solo un’occhiata”.
Si sentono sminuite, si rattristano per un secondo e poi ti guardano incazzate, come per dirti “ti tengo d’occhio, tu e la tua borsa, chissà cosa ci ficcherai dentro”.
Certo, perché sono una ladra e non sogno altro che alzarmi la mattina, andare da Calzedonia e rubare un paio di calzini rosa, alla faccia tua.

Un lavoro sporco

Gennaio 18, 2008 - In: Sono idiota, Vita vissuta - Commenti(8)

Io distruggo cose.
Non è un modo di dire, passo dei periodi in cui mi fisso su degli oggetti in particolare, mi specializzo e appena li tocco o li prendo in mano, puff, si spaccano.
Sono La Morte degli oggetti.
Tempo fa era il periodo delle zuccheriere, saliere, pepiere (si dice?) o come cavolo volete chiamarle. Ne ho rotte una quantità industriale, tanto che mia madre non me le faceva più toccare. Credo di aver esorcizzato il dramma comprandone di nuovi, ma quando li prendo sono sempre in tensione.
Poi c’è stato il tempo dell’olio. Bottiglie di olio, sia per cucina, sia per capelli, sia per il corpo, quello che volete, bastava che fossero di vetro. Sbam, per terra, e non so se avete presente cosa vuol dire olio per terra.
Ora è il turno degli ombrelli.
Non so cosa gli faccio, li apro e dopo due secondi sono fottuti, pendono da una parte o addirittura si bucano. Mi ricordo di quel giorno che pioveva a diritto e a me pioveva dentro l’ombrello. Mi sono messa a ridere per non piangere.
L’ultimo ombrello rotto proprio due giorni fa, che pioveva come se dovesse venir giù il mondo e io co’ sto coso che pendeva da una parte mezzo morto (che per me è un dramma, visto che i miei capelli, mossi di natura, con l’umidità diventano una massa informe).
E siccome questo periodo di ombrellicidio non coincide con l’estate e col sole e non sono in Costa Rica, ma sono a Milano, in inverno, la cosa si fa delicata.
Ora, negli ultimi due giorni c’è miracolosamente il sole.
Le cose sono due: o ricomincia a piovere per settimane intere, e sono fottuta, o comincio ad uccidere altri oggetti. Tipo, che so, gatti.

Ghettizzata dalle tecnologie

Gennaio 16, 2008 - In: Chissenefrega, Gossip, Leggo cose - Commenti(7)

Non avere la possibilità di navigare come vorrei mi fa sentire fuori dal mondo.
E’ vero, senza internet mi sono già letta sei libri in poco più di una settimana, ho fatto cruciverba e balle varie, mi sono comprata dvd e li ho già visti, ma tutto questo è per disperazione. Quando fuori tira vento e piove come Dio la manda e uscire vuol dire tornare a casa con i pantaloni bagnati fino alle ginocchia, quando in televisione non c’è niente, quando ti sei stufata del libro di economia, che fai? Navighi.
Ma io non posso e mi sento tagliata fuori dal mondo. Voi sapete tutte le ultime stronzate e io no, perché, non leggendo Tv sorrisi e canzoni e non guardando Studio Aperto, rimango per forza di cose indietro.
Per esempio, mi è dispiaciuto non sapere prima che quel trans mancato di Christina Aguilera aveva partorito, così come quello scheletro mancato di Nicole Ritchie. Mi fa piacere sapere che il primo si chiama Max Liron, che in fondo è un nome normale, conoscendola poteva pure essere Max Factor. La seconda ha avuto una bambina, che crescerà secondo i dettami della moda e di Paris Hilton. Lei, invece, si chiama Harlow Winter Kate. Eh, non dico stronzate, si chiama davvero così…ovviamente il nome più normale alla fine, che sennò che bambina di Hollywood è; comunque, mi sono informata e pare che Harlow sia una città dell’Inghilterra. Quindi, facendo due conti, Città dell’Inghilterra Inverno Caterina. E’ come se io chiamassi mia figlia Strasburgo Estate Carolina. Fantastico, probabilmente ci farò un pensierino.
Ecco, dicevo, avrei voluto esserci, avrei voluto commentare subito queste preziose notizie. Poi apri la pagina di Libero, l’adeguata sezione “minchiate” e leggi che Francesco Coco, ragazzi,
non ha mai fatto cilecca con l’Arcuri.
In questi momenti ringrazi di dover venire in un internet point gestito da uno che parla arabo con la lisca (un suono delizioso, dico sul serio) per tenerti informato sulle scopate di Francesco Coco.

Pu Purrì #10

Gennaio 15, 2008 - In: Pubblicità, Sport, Tv, Vita vissuta - Commenti(15)

Telegrafica

Gennaio 14, 2008 - In: Vita vissuta - Commenti(18)

C’ho solo una cosa da dire, anche perché il tempo scarseggia: la Ciobar m’è venuta densa, come nella pubblicità.
Applausi.

Varie ed eventuali




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