Gli stereotipi da concerto
Badate bene, io ho delle regole precise nella mia testa da seguire: mai andare da sola dal McDonald, al cinema, e ad un concerto; è oggettivamente di una tristezza inaudita, ma son degli ostacoli che prima o poi dovrò superare.
Sulle prime due ci sto lavorando, la terza regola è stata completamente infranta qualche giorno fa quando sono stata per la prima volta ad un concerto da sola.
Sola, non mi ha accompagnata nessuno, ho lasciato l’ombrello in albergo e ho sfidato le intemperie, il freddo, l’acqua gelida, lo stare in piedi sotto la pioggia per tre ore ma sopratutto, non avendo nessuno con cui scambiare due parole, ho osservato molto.
Ho osservato gli stereotipi da concerto e mi sono accorta che il gruppo che spicca sopra gli altri è il gruppetto di ragazzine, che trovi da ogni parte (magari non al concerto dei Pooh, ecco)(ma non sono sicura, sono un virus che si diffonde rapidamente).
Dico ragazzine non a caso, ci sono anche gruppi di donne un po’ più adulte (che tutto è relativo, in quel caso adulta ero io, a 26 anni) ma non si comportano nello stesso modo: nel secondo, dopo i primi tempi di eccitazione vige un rigoroso silenzio per non finire a bestemmiare sul freddo o sul caldo che fa.
Perché s’invecchia e il gelo ti entra nelle ossa e sei vecchia e non c’hai voglia di cantare. Ho detto vecchia? Esatto, vecchia. Dentro.
Ora, lo sapete anche voi che l’attesa di un concerto snerva in un modo esasperante, in qualsiasi periodo dell’anno; dopo un po’ che sei lì in piedi al gelo o a cuocere a fuoco lento seduta sull’asfalto passi il tempo a pensare a nuovi e divertenti modi per ucciderti.
Passa qualche ora e cominci ad immedesimarti in un serial killer di massa, cominci a stimare e comprendere quelli che entrano nei supermercati affollati e sparano a vuoto ‘ndo cojo cojo basta che crepi, inizi ad osservare gli altri con sguardo truce, brontoli e borbotti e commenti inacidita sottovoce qualsiasi cosa succeda intorno a te.
Cos’è che fa scattare questo meccanismo di distruzione? Loro. Le ragazzine.
Già un esemplare singolo si fa fatica a digerire, con la sua vocina acuta e i suoi “cioè”, e i suoi “tipo” e i suoi discorsi sul compito di latino e di matematica, se poi la moltiplichi per cinque ti ritrovi accanto un branco di lagne che non-smettono-di-parlare-nemmeno-per-un-secondo.
Nemmeno per sbaglio, nemmeno per bere o mangiare, perché non bevono, non mangiano, sono dei cyborg, non hanno bisogno di niente per vivere e trovano la forza nel cicaleccio continuo, sotto un sole cocente o sotto la pioggia gelata, niente le ferma.
E cantano, e parlano della scuola, e commentano ogni sciocchezza e ridono per qualsiasi cosa, e ti scrutano da capo a piedi come se fossero direttrici di Vogue sta ceppa in trasferta, e appena sentono un rumore di batteria o di chitarra emettono suoni che stordiscono cani nel raggio di dieci km, e non-smettono-di-parlare-nemmemo-per-un-secondo.
Se il concerto è in un locale, poi, la possibilità di disperdersi diminuisce ancora di più e c’è la terrificante probabilità di ritrovartele anche dentro, a due passi dal tuo naso e sopratutto dalle tue povere orecchie.
Se è possibile l’attesa all’interno del locale/stadio è ancora più snervante, perché ormai sei lì, sei finalmente dentro ad un passo dal tuo obiettivo ma devi sopportare altre ore, con i gruppi di apertura che sai già non sopporterai e ancora queste zozze che non-smettono-di-parlare-nemmeno-per-un-secondo.
Ed è una volta dentro che il gruppetto si differenzia dal resto: a quel punto, quando ognuno è al suo posto e non c’è bisogno di saltarsi addosso, invadono il tuo spazio privato con balletti e coreografie improvvisate.
Perché? Davvero, PERCHE’? Non siete stanche? Capisco che siete giovani e le pile vi si consumano meno lentamente delle mie che sono un proverbiale catorcio semi-movente, ma dove la trovate la forza? Perché siete così crudeli con persone che devono obbligatoriamente trovare le energie per andare avanti ancora quattro ore e non svenire nelle braccia sudate del primo hooligan che si trova dalle parti?
Ma voi no, vi prendete per mano e cantate ed ondeggiate e mi sbattete contro altra gente e mi spiaccicate contro la transenna – perché il prezzo da pagare per essere in prima fila è quello di perdere automaticamente un rene – e ancora non c’è nessuno sul palco, l’unico suono è il brusio della gente, gli strumenti sono coperti e non ci sono nemmeno le luci accese ma voi avete le allucinazioni uditive e vi muovete come villi intestinali.
E in quel momento pensi che appena lo spettacolo comincerà chissà come diventeranno, queste, chissà l’inferno che mi faranno passare ma quando poi comincia cosa fanno? Semplice: biascicano qualche parola di canzoni qua e là e passano il tempo a smanettare col cellulare per dire al best friend forever che sono al concerto dei Tizi della canzone del coso del video coso.
Vi odio.
Mi fate rimpiangere la famiglia di cinquantenni che accompagnavano i figli al concerto dei Coldplay, che mi chiesero gentilmente se potevo mettermi seduta perché non ci vedevano.
ps. questo post è dedicato a quelle cinque stronze che mi hanno procurato uno dei peggiori mal di testa mai avuti in vita mia.
500 Days of Summer
Sinossi (spoiler):
- lui, Tom, è romantico e timido, e - secondo studi effettuati da scienziati seri (me) - è anche discretamente figo.
- lei, Summer, sarà pure bellina ma ha una sola espressione ed è una zoccola.
Lui si innamora, lei no.
Si lasciano, lei si sposa con un altro.
Lui no.
Ma incontra Autumn.
Ha.ha.
Fine.
Chissà Giacobbo…
100 e un modi (forse meno) per affrontare un qualunque film catastrofico.
- Innanzitutto partire dal presupposto che se una situazione può peggiorare, per quanto possa sembrare impossibile, lo farà perché al peggio non c’è mai limite. Esempio: se ti svegli di notte e ti spacchi il mignolo del piede sullo stipite della porta, probabilmente mentre bestemmi picchierai anche la testa sulla maniglia della porta, sfidando qualsiasi legge fisica. E così succede in quel tipo di film, se muori resusciti e poi rimuori e appena ti alzi ti spacchi un piede sullo stipite della porta. E’ la prassi.
- Prendere in considerazione che prima di arrivare al momento clou ci vorranno intere decine di minuti di primi piani e “OHMYGOOOOOOOUUUHHHHD“. Quindi tu sai una cosa che loro, i protagonisti, non sanno e vorresti alzarti da quella poltroncina comoda e dondolante del cinema ed urlare “SI, porca troia, la terra si sta sfaldando sotto i tuoi piedi, arrivaci diobono e passa al sodo!”.
- Non affezionarsi mai a dei personaggi che hanno scritto “MORTE” in faccia fin dal primo minuto. E’ semplice individuare quelli che non moriranno mai nemmeno se si accendono una sigaretta ricoperti di benzina (non era una sigaretta vera, era di cioccolata al peperoncino): il protagonista non morirà mai, innanzitutto. Che sembra una precisazione stupida, ma uno può sempre pensare “incredibile, uno di quei film dove l’eroe effettivamente crepa?”. HA! Illusi imbecilli, no che non crepa se cade in una fossa delle Marianne che si è appena aperta sotto i suoi piedi e ti è parso di sentire un corpo sfracellarsi al suolo, stupido, era il cellulare. Dopo minuti di suspense intensissima, la sua mano riapparirà dal nulla e lui si tirerà su come se si alzasse dal letto. Chi morirà - invece - sarà il suo nemico-amico, o il pilota o meglio ancora la puttana russa o lo stronzo che all’inizio ti stava simpatico.
- Noterai tutte le incongruenze: una mega nave inaffondabile, indistruttibile, fatta di strati di plutonio e cemento e ghisa e scenziati del Cern che mentre si muove sbuffa fumo nero dal piccolo camino che ha in cima come se fosse un treno a vapore dell’800. La figlia che per il padre morto spreca due lacrime e ha pure il tempo di flirtare. La gente che muore non senza aver prima sciorinato una frase ad effetto che NESSUNO sentirà. Il mondo sta cadendo a pezzi, la natura sta distruggendo tutto, non troveresti una casa in piedi nemmeno in sogno e ti suona il cellulare? Ma WHAT THE FUCK? Da dove arriva il segnale? E poi nessuno che va mai una volta in bagno o che mangia un boccone. S’intende la tensione ma un pezzo di panino ogni tanto non ti farebbe male, almeno muori a stomaco pieno, nel peggiore dei casi.
- Nonostante tutto questo, quando l’eroe della situazione salva l’umanità e contemporaneamente fa battutine a sborone come se fosse niente e “bastapocochecevo“, un po’ di commozione dentro la senti e torni a casa sicura che al massimo se succede qualcosa puoi sempre chiamare John Cusack.
- In più, nonostante il tuo passatempo preferito sia ridere alle assurdità delle situazioni e sottolineare come tutto sembri surreale, nei momenti di catastrofe imminente non puoi fare a meno di appiattirti sulla tua sedia sperando che quel trabiccolo di aereo passi tra i due grattacieli che si stanno sgretolando. Una volta fatto, tiri un sospiro di sollievo e speri che nessuno ti abbia visto.
- Se sono coinvolti i rappresentanti del G8, quello italiano avrà una faccia da idiota. E mentre tutti gli altri stanno sulla nave megagalattica e porteranno avanti l’umanità, l’idiota italiano decide che è meglio inginocchiarsi in piazza San Pietro a pregare. Ma fottiti, ma veramente, crepa, te lo meriti.
- Quando quella che dovrebbe essere la sostituta di Angela Merkel dirà a quel punto “credo di parlare anche per l’Italia” scoppierà una risata generale tra il pubblico. E comunque chi ti conosce, parla per te, ma che vuoi.
- Quando tutto sembra andare per il meglio un pezzo di plastica finisce negli ingranaggi del portellone della nave megagalattica e se non si chiude tutto non parte il motore. Ma maiala d’una maiala, c’è una nave grossa quando la punta dell’Everest e un pezzo di sistola in un ingranaggio grosso quanto un monolocale di Milano BLOCCA TUTTO? E qua torniamo alle incongruenze di cui sopra.
- L’eroe, non curante dell’ex moglie che visibilmente vuole tornare a trombare con lui, rischia la morte sfidando ogni legge. Fisica, civile, penale, del buon senso e della gravità. Però ci riesce e fa tutto lo spaccone, perché lui è John Cusack e può stordirti con un registratore se la situazione lo richiede.
- Tutti i film del genere hanno una morale spicciola, che siccome non può essere “mangia anche le molliche di pane perché c’è gente che muore” - perché tanto morirai pure tu - e nemmeno “goditi la vita perché non hai il raffreddore”, la morale in quel caso riguarderà sempre l’umanità e l’altruismo e baggianate varie. “Siamo un unica famiglia”. Ma parla per te, parla.
- La morale di 2012? Spicciola che più spicciola non si può: state attenti, bimbi, perché il Terzo Mondo ci salverà. Trattatelo bene, perché dopo una catastrofe tettonica di proporzioni disumane, l’unica superficie terrestre che si ritroverà magicamente rialzata e potenzialmente abitabile, è l’Africa. Non gli Usa e nemmeno l’Europa, il mondo diventerà Afro-centrico. E beccate sto calcio ‘n culo.
Ah,dimenticavo: MORIREMO TUTTI, CRISTO, MORIREMO TUTTI!
Che siccome c’è crisi
Allora, io ho pensato.
Ho pensato mentre leggevo l’etichetta del solvente per unghie.
C’è scritto “non fumare” e c’è scritto pure “non respirare”, c’è scritto che non provoca irritazione cutanea anche se può dare irritazione oculare, c’è scritto che va tenuto lontano da scintille e fiamme ma c’è anche scritto che non provoca tossicità acuta orale.
Ecco, questo mi ha fatto pensare, “orale”.
Prima che pensiate a battute da quindicenni in overdose da ormoni (ha-ha, divertentissime) la parola in questione mi ha fatto notare che non c’è scritto “non ingerire”.
Se io ne prendo un sorso, un sorso pieno, e (eventualmente prima di morire) faccio causa ai produttori perché non c’è scritto che non si può ingerire ed io - non sapendo né leggere né scrivere ed avendo dei seri danni cerebrali - ho pensato bene di prenderne una gottata come se niente fosse, magari scambiandola per una bottiglietta d’acqua, posso ricavarne qualcosa no?
E pensare che se non mi fossi annoiata lavandomi i denti non sarei mai arrivata a sbarcare il lunario con questa idea geniale.
Ci sentiamo (o eventualmente no).
Un blog semi-abbandonato
Ogni tanto arrivo qua sperando che qualcuno abbia scritto un post.
Non c’è più gusto
Dieci fondamentali punti da sapere quando guardi Law & Order et similia, un’accurata analisi delle serie tv incentrate su omicidi, rapimenti e vari ed eventuali reati random, per rovinarti la sorpresa e rendere inutile la visione :
- Se la vittima è una ragazza, i detective penseranno subito al marito/compagno/fidanzato/spasimante. Quest’ultimo avrà un alibi traballante e può darsi che si contraddica, ma nell’80% dei casi non è lui l’assassino.
- Il primo sospettato, chiunque sia, rimanderà ad un secondo sospettato: “non sono stato io, chiedete a Tizio/Caio/Sempronio”. Tizio, Caio, o Sempronio, sarà l’assassino, ma la soluzione non sarà così automatica; anzi, non si sa come ma lui avrà un alibi perfetto, del tipo “ero in un cinema e ho avuto una crisi di nervi e mi sono spogliato e ho cominciato a camminare sulle teste degli altri”.
- Tizio, Caio o Sempronio rimanderanno però ad un terzo sospettato - l’ultimo - che sarà la chiave per risolvere il caso.
- Se la vittima è la madre di qualcuno, nel 90% dei casi l’assassino è il figlio: mammone psicopatico con il complesso di Edipo che ricerca la madre in ogni donna. Se non uccide la madre uccide la ragazza dopo averla fatta vestire come la madre e qui si ritorna al punto primo.
- La soluzione del caso avverrà - appunto - per caso: uno dei due detective avrà un lampo di genio seduto sul cesso mentre legge il giornale e in fretta e furia si precipita a casa del sospettato numero due prendendo a pugni la porta.
- A questo punto le cose son due: o il sospettato, con la sua telepatia, sapeva già che sarebbe arrivata la polizia ed è scappato dalle scale di servizio lasciando delle tende in preda ad una misteriosa corrente di vento che non si sa da dove viene, o farà il finto tonto, stando ad ascoltare le ragioni del suo arresto, che non avverranno in modo ordinario, ma il detective si imbarcherà in una specie di monologo Shakesperiano prendendo alla larghissima il punto della questione, che culminerà poi con “cazzi tuoi”. In tutto questo la faccia del sospettato può essere riassunta in “WTF?” per poi diventare “brutto bastardo, tenterò di scappare ma con uno scatto suino mi bloccherai appena in tempo”.
- Se l’assassino è un ragazzino, il primo sospettato sarà un pedofilo di turno a scelta: di solito quello che uno dei detective ha mandato in galera venti anni prima e che, caso vuole, è stato rilasciato due giorni prima dell’omicidio.
- Quel sospettato sarà anche la balena bianca del detective, che è sensibile all’argomento e si farà coinvolgere un po’ troppo, talmente tanto che il suo superiore lo sospenderà dal caso ma sarà comunque lui a risolverlo, perché è cazzuto.
- L’assassino comunque non sarà lui, ma il padre o la madre, che ha ucciso per sbaglio il figlio, tipo “E’ stato un incidente, lo stavo tenendo sospeso per i piedi dal quarto piano e mi prudeva il naso così me lo sono grattato ed è caduto”.
- Tutti gli altri casi possibili: se la vittima è un barbone, si è sparato per sbaglio da solo ma tutti i detective coinvolti sono temporaneamente con il cervello fuori servizio e se ne accorgeranno solo alla fine. Se la vittima è un uomo d’affari, l’assassino è il socio. Se la vittima è uno spacciatore di droga, l’assassino è il figlio di una cliente talmente assidua che ha la Carta Fidaty - Speciale Cocaina 3×2. Ho dimenticato qualcuno?
Caso diverso invece per i medical drama, caso ancora a parte per House: non penso ci sia qualcuno ancora appassionato ai drammi medici di per sé - anche perché tutti a questo punto lo guardano solo per veder trombare una volta per tutte House e Cuddy (sarebbe anche l’ora eh) -, per il semplice motivo che non ha più senso.
House all’inizio non è interessato al caso: è solo un mal di pancia/un mal di testa/è lupus; improvvisamente il paziente comincerà a vomitare sangue stile esorcista e a defecare, non so, dalle orecchie e a questo punto House dirà “uhhhm, forse forse mi interessa”.
Arriverà così ad una diagnosi affrettata, aiutato anche dalla stupidità delle risposte del suo team, tipo “secondo me è un’indigestione di acqua” o anche “può darsi che abbia respirato dell’aria”.
House a questo punto li apostroferà come dei cretini che non si sa chi gli ha dato la licenza - effettivamente - ed ordinerà una serie di analisi assurde, tipo “tagliategli il lobo dell’orecchio e mandatelo all’Anonima Sarda per farlo analizzare”.
Il paziente si sentirà meglio per due secondi e mezzo, ma non è finita, per due semplici motivi: sono passati appena venti minuti e, a meno che non si voglia riempire gli altri venti con un primo piano fisso su House (che comunque non mi darebbe fastidio) la vera soluzione ha ancora da venire, negli ultimi tre secondi. Seconda cosa, il paziente dopo aver detto “oh, grazie, sto meglio” comincierà a vedere gente morta, gli esploderà il cranio, avrà una crisi di nervi, avrà allucinazioni che gli faranno credere di essere un ippopotamo viola o sputerà contemporaneamente cuore e polmoni.
Di solito in questo caso, musichetta minacciosa e primo piano di un medico a caso con la faccia preoccupatissimissima. Tadadadaaaannnnnn-n.
House, sfiduciato, avrà il lampo di genio sulla soluzione nei momenti più impensabili: mentre mangia una patatina, mentre sta per farsi una prostituta, mentre parla con la donna delle pulizie, mentre fa lo sgambetto ad un bambino, mentre prende per il culo Wilson (70% dei casi), mentre fa allusioni sessuali a qualsiasi donna un minimo attraente che passa sotto il suo naso, mentre beve un caffè, mentre fa rimbalzare una pallina.
E allora, con la sua espressione “eureka”, si dirige zompettando verso la stanza del paziente, che ne frattempo ha deciso di morire perché gli organi interni stanno tutti giocando a Uno.
Entra trionfale, posa il bastone sul comodino accanto al letto e dal nulla gli pianta una Bic nella trachea. E’ salvo.
Ed in tutto questo la tensione sessuale tra lui e la Cuddy si tagliava con un coltello di plastica per bambini senza nemmeno la seghettatura, e ancora una volta non hanno trombato, ma si sono scambiati comunque gli ennesimi sguardi languidi con le labbra socchiuse.
Nel caso di Grey’s Anatomy invece, funziona così: ognuno si appassiona ad un caso, di solito due dottori per caso, di solito tre casi. Ti affezioni pure te, ma è inutile, uno dei tre muore e muore quello che ti stava simpatico.
Tutto questo intervallato da sguardi vacui di Meredith, l’odiosa faccia a schiaffi di Izzie, il ghigno della Bailey, gli occhi smarriti di Cristina, la dentatura di McDreamy e ad altri personaggi completamente inutili.
Fine.
La vergogna, questa sconosciuta
Penso che ognuno di noi abbia quelle canzoni intoccabili, che non toglie mai dal lettore mp3 e che non salta mai quando capitano nella riproduzione casuale (avrei potuto dire shuffle, ma anche no).
Le mie intoccabili sono poche, si contano su due mani e avanza forse qualche dito; tra queste Creep, dei Radiohead.
Creep, ai tempi di Tmc2 che mandava sempre i soliti video ad un’ora prestabilita, era una di quelle canzoni per cui mettevo la sveglia nel caso mi dimenticassi, è tuttora una delle poche che non posso fare a meno di cantare nonostante la mia totale mancanza di grazia nel farlo e, tra l’altro, fu grazie a loro che imparai la parola “weirdo“.
Ma passiamo ad altro: io odio Vasco Rossi.
Non nego che alcune sue canzoni siano nell’immaginario collettivo, e con questo intendo che una roba come “Una canzone per te” prima o poi o te la dedicano o la dedichi tu a qualcuno, è un passaggio quasi obbligatorio, ma per il resto lo reputo un povero pensionato che si ostina a farsi le canne a dondolare nei suoi video con lo sguardo ebete nel vuoto, intervallato da momenti in cui fissa il culo a ragazze che potrebbero essere sue nipoti.
Ho reso l’idea?
E non voglio cominciare ad analizzare sociologicamente il fanatico di Vasco Rossi, quello che ascolta solo lui e tutto il resto è merda, quello che considera filosofia di vita i suoi “eeeeeeeeehhhhh…” e le sue trenta parole ripetute e mischiate all’infinito per formare sempre le solite frasi che non vogliono dire niente, quello che ha la sciarpa presa al concerto e che nei momenti di misticismo acuto si mette a mo’ di bandana o fascia e comincia ad avere convulsioni e si farebbe saltare per aria in suo nome.
Vasco, per me, è come un oroscopo: le sue frasi sono banali, scialbe e talmente ovvie che qualsiasi mente labile può prendere come Vangelo e considerarlo il nuovo Socrate (sempre che sappia chi sia).
Ora, come possono queste due cose, Creep e Vasco Rossi fondersi nella morale di questo post? Si fondono nel fatto che il signor Rossi ha fatto una “cover” (mi vien da piangere) della suddetta canzone, uscendo con una cosa che dovrebbe essere legalmente perseguibile e per la quale si dovrebbe passare all’arresto immediato.
Ad ogni costo è l’abominevole “canzone” che è venuta fuori da questa malsana idea del vecchietto in questione, e non riesco nemmeno a trovare le parole adatte per descrivere lo scempio.
Posso però riportare una citazione letta su Tumblr: “Vasco sta alla musica come un bambino che disegna cazzi sulla neve pisciando sta alla pittura“. Amen.
ps. ho la sensazione che con questo post mi farò acerrimi nemici, ma non posso farci niente, non esiste diplomazia quando vengono violati i diritti del buon senso.
…cheschifocheschifocheschifocheschifocheschifo
E’ inutile che mi sprechi a cercare di salvare il pianeta nei piccoli gesti; è inutile che chiuda l’acqua mentre mi lavo i denti, che riclichi qualsiasi materiale mi capiti sotto mano, che tolga i tappini dalle bottiglie per darli a chi - secondo quello che ho stabilito essere magia - ne ricava altri oggetti, inutile che preferisca comprare prodotti naturali e portare i vuoti per riutilizzarli, inutile che spenga la lucina rossa delle televisioni.
Tutto inutile, se poi uccido una cimice ed uso più della metà di un rotolo di carta igienica per toglierla.
Metropolitana
- Mamma, cosa vuol dire “eufemismo”?
- Vuol dire che lo guardiamo quando arrivamo a casa sul dizionario.
- Perché non me lo vuoi dire? E’ una parolaccia?
- No, non è una parolaccia, ma devi imparare a cercare le parole sul dizionario quando non le conosci.
- Ma non facciamo prima se me lo dici tu?
- No, appena torniamo a casa lo guardiamo insieme, così vedi come si fa.
- Va bene…ma non capisco perché non puoi dirm-…
- Perché non lo so, va bene?!
….
Gelo.
“It’s-a-me! Mario!”
I film hollywoodiani girati in Italia rappresentano una delle piaghe moderne: luoghi comuni a iosa, scene di traffico dovunque, che sia il centro di Roma o il nulla nella pianura padana poco importa, ci sarà sempre Pasquale Ametrano vestito da idraulico che esce dalla sua Alfa rossa e che, lanciando pugni per aria, urla in modo sguaiato parole a caso, doppiate anche quelle da doppiatori dell’Iowa.
Prendete ad esempio Angeli e Demoni in lingua originale, perché doppiato non si capisce la gravità della cosa; oddio, si potrebbe anche capire col doppiaggio, ma bisogna proprio aguzzare la vista, come la vecchina affacciata alla finestra che sbatte il tappeto, che si vede solo per un nanosecondo, come se fosse un messaggio subliminale, metti un tot di vecchine in oltre due ore di film e lo spettatore americano uscirà dal cinema convinto di aver visto un film italiano.
Che strana sensazione.
Dunque, dicevo, Ron Howard.
Abbiamo tantissimi attori qui in Italia, ce ne avanzano, cosa ti costa prenderne un paio - oltre a Pierfrancesco Favino, che ormai è l’allegoria dell’italiano, ha cominciato con Cristoforo Colombo e non finirà più - per rendere effettivamente credibili le parti in italiano? Non prendere la tizia nata a Tel Aviv per fare la parte della fisico di Ginevra perché a questo punto bastava prendere Dan Peterson, mettergli una parrucca e farlo parlare degli Illuminati, stessa cosa, e magari ci scroccavi pure una lattina di Lipton Ice Tea.
Oppure il funzionario del Vaticano, non farlo interpretare da un italo-americano, perché a passare da Angeli & Demoni a I Soprano ci si mette veramente poco.
E comunque, dal trentacinquesimo minuto in poi non ho capito più niente, ero ancora troppo scioccata da quella puttanella di Tel Aviv che ha strappato una pagina dell’unica copia al mondo di un libro di Galileo negli archivi vaticani.
Non si fa. Non si fa.
Chi?!? MIKE?!? ODDIO, NO!
Capisci che un giorno è partito bene quando arrivi davanti al Duomo di Milano e, stupita, chiedi il perché di tutta quella folla di malati di mente che stanno ad aspettare chissà che.
“Il funerale di Mike Bongiorno”, mi dicono.
“Il funerale di Mike Bongiorno?!?!?”, dico io.
“Sì! Non lo sapevi?!?! E’ MORTO!”
“Oddio, no!”, e scappo terrorizzata come se arrivasse l’apocalisse da un momento all’altro.
Poi giri l’angolo, ti metti a ridere e ringrazi il cielo che ti diverti con così poco.
Ora rido io
Vorrei fare un grosso HA-HA! a tutti quelli che mi hanno preso per il culo perché non esco mai di casa senza il disinfettante per le mani.
Sì, che scoop, il disinfettante per le mani per me esisteva già prima di questa fobia di contagio, adesso che tutti credono di morire di cretineria - perché di questo si tratta - da un momento all’altro i disinfettanti vanno a ruba.
HA-HA, di cuore, a quel gruppeto di deficienti che ieri in metropolitana mi hanno chiesto dove lo avessi comprato.
HA-HA, perché se prima mi ridevate in faccia adesso mi chiedete di prestarvelo.
HA-HA. Crepate.
ps. Vorrei dire al Comune di Milano - che mi segue sempre (…) - (ciao Comune di Milano!), che nell’ottica del “non creare allarmismi” non mi sembra una mossa geniale mettere disinfettanti in ogni angolo della città, come ho sentito qualche giorno fa. Così, per dire.
Altri Michele e dintorni?
Prima Michael Jackson, poi Mike Bongiorno.
Che anno di mmmerda.
Vianello non te ne andare.











